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A gennaio le firme per il referendum sull’autonomia della Campania

by Flavio Cioffi
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Il 14 marzo di quest’anno è nato formalmente il “comitato referendario per l’istituzione della macroregione autonoma del sud”. A giugno, il Comitato ha depositato in Consiglio regionale due quesiti referendari.

“Volete voi che la Regione Campania intraprenda tutte le iniziative istituzionali necessarie per ottenere dallo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 116, comma terzo, della Costituzione, in tutte le materie indicate dalla predetta disposizione?”

“Volete voi che la Regione Campania stipuli con le altre regioni dell’Italia meridionale continentale tutte le intese necessarie, ai sensi dell’art. 117, ottavo comma, della Costituzione, per l’esercizio unitario, anche attraverso l’istituzione di organi comuni, delle funzioni di propria competenza?”

Lunedì scorso, 25 novembre, Gaetano Quagliariello e Stefano Caldoro hanno annunciato in conferenza stampa che a gennaio partirà la raccolta delle firme per la richiesta di referendum consultivo, illustrando le motivazioni politiche e tecniche delle rispettive scelte referendarie, basate sui diversi studi specifici elaborati dalla Fondazione Magna Carta, “Un’altra idea del Sud”, e dalla Fondazione Craxi, “Sud Macroregione”.

Proviamo a sintetizzare le proposte presentate.

Il progetto di Quagliariello prevede tre passaggi. 1) Un nuovo intervento straordinario per il Mezzogiorno per ottenere le risorse per competere in una situazione nella quale i fondi ci sono, ma sono incomprensibilmente ripartiti. Vanno riuniti in una sola Agenzia nazionale retta da un commissario straordinario, secondo lo schema delle emergenze. 2) Sburocratizzare e rivedere il ruolo della Regione puntando sulla programmazione, in un’ottica macroregionale, con riferimento ai confini dei collegi elettorali europei, e rilanciando le Province. 3) Maggiore autonomia.

Caldoro, invece, propone il rilancio delle Regioni secondo un modello flessibile e ampio, costituendo organi comuni di gestione delle materie delegate, come ad esempio la logistica portuale, il ciclo integrato delle acque, il ciclo dei rifiuti, per rispondere a temi funzionali e non a confini amministrativi. La modernità cambia le funzioni. Le Regioni si devono spogliare dei poteri gestionali e insieme creare agenzie tematiche autonome.

Un progetto plurale, come dice Quagliariello, declinato in maniera differente. La distinzione tra i due progetti sarebbe legata a una diversa valutazione dei tempi, la fase commissariale, transitoria è giustificata dall’urgenza di intervenire nelle more del nuovo assetto amministrativo. La diversità è più temporale che concettuale.

I due documenti, rincara Caldoro, sono molto simili nell’impianto, nella prospettiva e nel punto d’arrivo. Si differenziano su alcuni strumenti di intervento intermedio.

Certamente sono coerenti nella valutazione della gravità delle attuali diseguaglianze territoriali e del sempre crescente divario Nord/Sud (problema atavico), come nella richiesta di maggiore autonomia su scala macroregionale e di maggiori risorse economiche in ottica perequativa.

In concreto, l’articolo 116 della Costituzione prevede autonomia e risorse concesse con legge dello Stato alla Regione richiedente e non porterebbe alla macroregione. Il 117 consente intese e organi comuni, sostanzialmente la macroregione, ma non maggiore autonomia. Per ottenere la macroregione autonoma e competitiva, sembra che servano entrambi.

L’iniziativa referendaria sana, in parte, il deficit di proposta politica da parte del centrodestra e si contrappone al reddito di cittadinanza del M5Stelle. Ma sarebbe riduttivo fermarsi a questo. Aldilà delle valutazioni di merito, appare evidente e significativo lo sforzo di inquadrare la questione, complessa, del Mezzogiorno, in una prospettiva analitica e propositiva di ampio respiro.

Molti si interrogano sull’utilità dell’istituto regionale com’è oggi. Infatti, le Regioni, tranne alcune eccezioni nel settentrione, legate ad una realtà produttiva e sociale storicamente più sviluppata ed evoluta, non sono riuscite a dare risposte a problemi che richiedono un quadro ordinamentale, anche territoriale, più idoneo. Spesa pubblica improduttiva, mancato decollo del ruolo legislativo, programmatorio e di controllo, continua crescita di compiti impropri di gestione diretta, hanno sancito il sostanziale fallimento del sistema.

Regioni a confini variabili potrebbero rappresentare una riforma efficace e l’attuale quadro politico generale potrebbe essere favorevole allo sviluppo di un disegno riorganizzativo in tal senso. Per essere pragmatici: più poteri sull’esercizio di materie, da un lato, riequilibrio dei diritti e dei servizi, dall’altro.

Diamo però un’occhiata ai tempi. A gennaio 2019 si partirà con la raccolta delle firme, ne servono 10.000, e lasciamo da parte il problema delle altre regioni nelle quali, per problemi normativi, si dovrà procedere con petizioni popolari. Poi si apre tutta la conseguente procedura. Siccome i referendum si tengono per legge tra aprile e giugno, siamo al 2020. Ma in quel periodo ci sono le elezioni regionali e il referendum resta sospeso. Forse ci stiamo sbagliando, ma abbiamo l’impressione di essere arrivati al 2021. Da quel momento, in caso di successo, si comincerà ad interloquire con lo Stato per la legge sull’autonomia e con le altre Regioni per istituire gli organi comuni.

Un iter lunghissimo al quale sono chiamate a partecipare svariate istituzioni, com’è naturale che sia quando si affronta una riforma di questa importanza, ma che impone proposte politiche di breve e medio termine. Quagliariello ha avanzato la proposta di un’Agenzia d’emergenza in via transitoria, non ci affascina il ricorso ai Commissari che spesso non hanno offerto buona prova di sé, ma è un’idea

In ogni caso, votare fa sempre bene.

di Flavio Cioffi