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Concorso presidi. “Giustizia per l’orale”

by Piera De Prosperis

Si chiama “Giustizia per l’orale” il Comitato costituito dai candidati esclusi dalla prova orale del recente famigerato concorso per dirigenti scolastici, sul quale già pende la spada di Damocle del giudizio del Consiglio di Stato previsto per marzo. Al Comitato avrebbe già aderito circa il 20% dei non idonei, ma il loro numero sembra destinato a crescere rapidamente.

La loro principale richiesta è quella di essere ascoltati dalla politica per poter mettere in luce tutte le irregolarità del concorso ed ottenere i conseguenti provvedimenti riparatori, senza tuttavia ledere i diritti di chi lo ha superato.

In effetti, i punti oscuri sono tanti. Proviamo a dargli un’occhiata.

Il primo elemento che ha creato forte disparità di trattamento tra i candidati, con conseguente scarsa equità di giudizio, è stato l’elevato numero di sottocommissioni sparse su tutto il territorio nazionale. Al nostro concorso, essendo nazionale, avrebbe dovuto applicarsi la norma (DPR 487/94) che prevede che ad ogni sottocommissione non possano essere assegnati meno di 500 candidati al fine di garantire maggiore omogeneità. Invece, ognuna delle 38 sottocommissioni costituite per l’orale ha esaminato non più di 100 candidati.

A questo elemento si aggiunge quello riguardante il criterio di attribuzione dei candidati alle singole sottocommissioni. Ci ha pensato un algoritmo che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto seguire un criterio oggettivo. Ma così non è stato. A partire dalla lettera sorteggiata alle prove scritte, si è assegnato ciascun candidato in ordine alfabetico alle commissioni in sequenza numerica progressiva fino alla 38esima. E così ciclicamente fino all’esaurimento dei nominativi dei candidati. Se l’attribuzione è stata casuale, certo non è stata equa. Infatti, alcuni hanno sostenuto la prova nella propria regione mentre altri sono stati esaminati in regioni diverse. Aggravio di spese, di trasferimento e permanenza, e di stress sono evidenti. Ma chi ha svolto la prova nella propria regione non solo è stato più a proprio agio, ma ha potuto anche assistere alle prove orali che si conducevano nei giorni precedenti, facendosi un’idea di quello che avrebbe poi affrontato. Notevole vantaggio, viste le diversità metodologiche con cui le sottocommissioni hanno condotto la prova. In realtà, la prova orale avrebbe dovuto essere per tutti nella stessa sede, con l’abbinamento candidato/commissione nel giorno stesso dell’orale.

Mettiamoci nei panni di un candidato che, dopo due prove (la preselettiva e la prova scritta) entrambe svolte computer based e valutate a livello nazionale, con garanzia dell’anonimato, si è trovato a sostenere un esame in una sottocommissione regionale con un elevato grado di discrezionalità e che ha annullato quello che le due precedenti prove avevano definito.

Eppure, ad aprile, il presidente della Commissione 0 aveva chiesto a tutte le sottocommissioni di iniziare a costruire una banca dati di quesiti e studi di caso, cui poter attingere per le proposte ai candidati. In particolare, consigliava di individuare casi reali, tratti dall’effettiva esperienza del dirigente scolastico, al fine di sondare la capacità del candidato ad orientarsi in situazioni problematiche. Niente di tutto ciò. La banca dati non è stata realizzata (non si sa per quale motivo!) e alla fine ogni sottocommissione ha preparato le domande in relazione alla propria esperienza professionale, trascurando il più delle volte lo studio di caso e realizzando un duplicato delle prove già sostenute e già valutate positivamente.

Senza contare che la collegialità sembra essere stata spesso disattesa. Un unico commissario a condurre la prova, magari facendo prevalere tra gli argomenti oggetto di domanda quelli sui quali era più competente, scavalcando tutte le indicazioni sui contenuti da proporre all’esame. Gli altri commissari distratti o assenti. Insomma, non un bello spettacolo recitato sulla pelle dei candidati.

E infatti, ad osservare i dati salta agli occhi come gli esclusi si siano concentrati solo in alcune regioni. Tutti bravi per alcune sottocommissioni in Calabria (100% di promossi), nel Lazio (99%), in Lombardia e in Toscana (98%). Cattivi per lo più in Sardegna, Campania e Veneto (fonte Tuttoscuola).

Anche sul ritardo nell’accesso agli atti relativi alle prove ci sono state forti polemiche. Il termine di trenta giorni dalla richiesta, previsto per legge, pare sia stato frequentemente disatteso con tanto di diffide al Miur. Solo i fortunati che hanno ottenuto gli atti hanno potuto conoscere le griglie di valutazione. In esse si rileva in maniera lampante che gli intervalli di valutazione, per ciascun criterio, risultavano così ampi da consentire ai commissari un enorme margine di discrezionalità. Per esempio, l’intervallo di valutazione “non adeguato” va da 0 a 29! Ma non è possibile sapere con quale criterio siano stati attribuiti i punteggi perché mancano del tutto i descrittori. Cioè quell’ insieme di “indicatori qualitativi e quantitativi che si basano su dati oggettivamente osservabili e si usano per formulare un giudizio o esprimere una valutazione sull’apprendimento o su una prestazione di un allievo” e che tutti i docenti di qualsivoglia scuola ben conoscono.

Questa infernale macchina burocratica ha generato molti ricorsi, che però hanno precisi tempi tecnici e non sempre è stato possibile inserirvi quegli elementi di contestazione emersi solo dopo la scadenza dei termini. In particolare, proprio tutto quello che riguarda la problematica dei descrittori delle griglie di valutazione.

Se, quindi, il Consiglio di Stato dovesse capovolgere la sentenza del TAR del Lazio di annullamento del concorso, il Comitato chiede una sanatoria o, in alternativa, di poter partecipare ad un percorso formativo teorico-pratico da concludersi entro giugno 2020. In tal modo la lamentata palese ingiustizia procedurale sarebbe sanata e la scuola potrebbe disporre di dirigenti pronti a sostituire quelli prossimi al congedo (circa 500 ogni anno), evitando il ripetersi di una “nuova emergenza scolastica di carattere nazionale” con conseguente ricorso a nuove “reggenze”. Oppure la creazione, possibilmente entro luglio 2020, di una graduatoria nazionale di docenti idonei alla dirigenza scolastica da inserire in coda alla graduatoria dei vincitori/idonei del concorso.

Forse gli “inidonei” sono solo “malcapitati”, ai quali in questa roulette russa di abbinamenti scorretti, correzioni approssimative ed esaminatori superficiali è capitato nel tamburo del revolver il colpo fatale. Sperando che solo di sfortuna si sia trattato.

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