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Costituzione, ambiente, formazione

by Mario Panizza

L’Autore, architetto, è stato Rettore dell’Università Roma Tre.

 

Le modifiche recentemente apportate agli artt. 9 e 41 della Costituzione introducono pochi ma circoscritti elementi, tutti estremamente qualificanti, attenti ad aprire il campo della salvaguardia a un panorama molto più esteso di quello attuale. L’art. 9 aggiunge: la Repubblica “Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.” L’art. 41 precisa che ogni iniziativa economica non deve essere in contrasto con l’utilità sociale e non deve recare danno, oltre che alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, “alla salute e all’ambiente”. Precisa inoltre che l’attività economica pubblica e privata deve essere indirizzata e coordinata a fini sociali “e ambientali.”

Questi concetti, che all’apparenza sembrano secondari, solo dei corollari, nella realtà sono invece particolarmente decisivi, in quanto proiettano il compito della tutela e della salvaguardia dell’ambiente a tutto il territorio. Svincolano dall’attenzione limitata all’elemento eccezionale, a quello di particolare interesse. Affermano infatti un principio molto più largo: le aree naturali e quelle costruite appartengono a un unico sistema che non ammette discontinuità e deve essere governato senza separazioni scientifiche. Nei confronti dell’ambiente non possono esistere progetti di maggiore o minore importanza, da trattare con differente riguardo e rispetto. La realizzazione di ogni opera “pubblica e privata” edilizia, urbanistica, territoriale deve prevedere il medesimo approfondimento tecnico affinché siano chiare e note le conseguenze future, soprattutto sulla solidità del territorio e sul mantenimento delle risorse. Le ricadute di questa impostazione, apparentemente solo estensive e quantitative rispetto all’ampiezza territoriale, introducono in realtà un profondo cambiamento nell’impianto della formazione sia scolastica che professionale.

I principi approvati non intendono costituire una gabbia vincolistica destinata a ridurre le possibilità operative; al contrario richiedono al singolo progettista di uscire dalla sua preparazione settoriale che, troppo spesso, “giustifica” soluzioni superficiali. Ogni opera da realizzare deve traguardare una rete complessa di implicazioni e confrontarsi con quanto può ripercuotersi su tutto il territorio, non solo sulle rilevanze storiche e artistiche, eventualmente presenti nell’area all’interno della quale si opera.

L’introduzione di questo concetto, elementare e semplice, deve relazionarsi con la formazione universitaria, stabilendo un dialogo, costantemente aggiornato, che chiarisca alle scuole di architettura, e più in generale tecnico-progettuali, e agli ordini professionali che è necessario riesaminare i programmi, avendo chiaro l’intento di non chiudersi a protezione del proprio campo disciplinare. La formazione legata ai piani dei corsi di laurea risente infatti, ancora molto, di competenze di settore fortemente autoreferenziali. L’invito del legislatore ad ampliare il campo della tutela ambientale chiede, come diretta applicazione, di privilegiare e valorizzare gli studi interdisciplinari, gli unici capaci di controllare un processo ampio, idoneo a selezionare risorse e professionalità multiple, al fine di coordinarle in termini di assoluta concretezza.

Alla buona volontà e al buon senso, che talvolta emergono dai programmi di alcune scuole politecniche, si deve sostituire l’impegno a far confluire sui corsi di laurea, che si occupano dell’ambiente, le competenze che sappiano prevedere con lungimiranza gli esiti che potrebbero causare negli anni alterazioni al territorio e danni alle generazioni future. Non è più sufficiente che un progetto risponda correttamente alla sua realizzabilità; come chiarito dal legislatore, non deve limitarsi a essere uno strumento operativo e di controllo. Ogni nuova opera deve assumersi compiti attivi e propositivi; trasformarsi in modo naturale in un’occasione per estendere il proprio bacino di competenza e di azione; interagire con le possibili discipline convergenti sulla protezione del territorio per promuovere, insieme alla nuova costruzione, gli interventi, inizialmente non previsti, destinati a consolidare parti a rischio di crolli o, comunque, deboli.

Un’errata e talvolta poco approfondita cultura ambientalista tende a vedere l’azione del costruire, anche quando riconosciuta necessaria e funzionale, come una componente, comunque negativa, di soffocamento del terreno che, alterato, si ritrova a dover sopportare carichi naturalmente non previsti, e quindi destinati inevitabilmente a sbilanciare gli equilibri dell’ambiente naturale. Al contrario, la prospettiva di un uso sempre più parsimonioso e sostenibile del territorio dovrebbe proiettare il costruire verso considerazioni più complesse e meno semplicistiche: l’intervento artificiale, se coordinato attraverso più contributi specialistici – l’architetto, l’ingegnere, il geologo, ecc. – può trasformarsi in un sostegno attivo, capace di mantenere e consolidare le risorse naturali. Un’area franosa può essere risanata attraverso una fitta opera di rimboschimento, ma anche attraverso un’accorta progettazione edilizia che, sfruttando le opere di fondazione, prepari il terreno a ospitare nuove costruzioni, ma, nello stesso tempo, ne trattenga i possibili dilavamenti.

L’aggiunta all’interno dell’art. 9 del riferimento esplicito alla tutela degli animali, oltre a richiamare i temi specifici che riguardano le modalità di allevamento, di sperimentazione scientifica e di macellazione, permette di inquadrare, in una visione più estesa, l’inserimento dei giardini zoologici nelle città. Questi, molto spesso, risultano inglobati in aree del tutto inadeguate. Considerati a lungo, ma impropriamente, occasioni di proiezione naturalistica, educativa per i più piccoli, sono nella maggioranza dei casi luoghi di sofferenza, dove gli animali si ritrovano costretti dentro spazi assolutamente impropri. La dimensione ridotta delle gabbie e le condizioni climatiche spesso inadatte spingono, ormai da anni, ma, purtroppo, ancora in pochi casi, a limitare le specie a quelle che possono vivere in ambienti dilatati, in condizioni di libertà protetta. Ciò dovrà impegnare a un ripensamento radicale della loro progettazione. Sarà necessario tener conto di principi diversi e innovativi anche per i canili, e per la dotazione, da studiare opportunamente, del verde nei quartieri.

L’occasione può essere favorevole per tentare di coordinare in termini virtuosi una serie di interventi, ma, soprattutto, di impostazioni culturali e di metodi operativi: le università, come già visto, devono costruire programmi che, sfruttando le potenzialità dei due livelli di laurea, proiettino su prospettive realmente operative sia la formazione di base che quella destinata alla preparazione pratica e specialistica; gli ordini professionali, ugualmente, devono contenere gli arroccamenti protettivi, favorendo l’interscambio delle competenze, necessario per orientare gli indirizzi e la qualificazione dei giovani laureati; infine le amministrazioni pubbliche devono predisporre settori, non soffocati dalla burocrazia, che coordinino le esigenze di tutela e di valorizzazione dell’intero territorio.

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