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D’Amore/Di Marzio a San Giovanni

by Piera De Prosperis

Lectio magistralis al Nest. A tenerla Marco D’Amore, il Ciro Di Marzio della serie Gomorra. Domenica scorsa, nel teatro di San Giovanni, per gli alunni della scuola di teatro seguita da Francesco Di Leva, si è svolto un incontro/lezione/spettacolo che verteva su questioni del tipo: come si diventa attore, quali sono i maestri, a cosa dare priorità nella preparazione attoriale. Senza contare il fascino dell’incontro diretto con quello che è un mito per chi segue la serie.

Dimenticate lo sguardo torvo e i movimenti parossistici dell’Immortale: Marco D’Amore è un attore di spessore e di grandi ambizioni. Il suo sogno è proseguire nell’attività di regista, passare in maniera più o meno definitiva dall’altro lato della macchina da presa, conoscendo però in profondità il mestiere di attore.

Nato in una famiglia appassionata di musica e teatro, nipote d’arte (il nonno ha recitato in compagnia con Nino Taranto), studi liceali, inizio università e poi il grande salto a Milano all’Accademia Paolo Grassi. In filigrana abbiamo avvertito le difficoltà, gli ostacoli, forse i pregiudizi cui un giovane attore del sud è dovuto andare incontro. Ma proprio questo lo ha fortificato e lo ha portato in contatto con il suo padre artistico Toni Servillo che lo ha voluto nel film di lancio Una vita tranquilla del 2010, insieme con De Leva.

Il grande successo di pubblico si realizza con Gomorra, la serie. Quanto ci è dispiaciuta la sua morte alla fine della terza serie! Inevitabili le domande dei giovani allievi sulla serie cult. Adattarsi ad un personaggio così diverso dalla sua realtà, lo ha spinto ad approfondirne le dinamiche psicologiche. Scoprendo che la motivazione di tutte le gesta di Ciruzzo è la paura: degli affetti, degli amici, del mondo, di sé stesso. Alle critiche che vengono mosse alla serie di dare un’immagine falsata della realtà napoletana, D’Amore risponde che è la lettura distorta della criminalità che viene rappresentata, un punto di vista che non oscura gli altri ma che anzi ne evidenzia il positivo. L’attribuzione di qualità negative all’intera città a partire dalla serie è come dire che in Danimarca, letto Amleto, tutti siano traditori e assassini.

Sulla scena disadorna del Nest, l’unico bagaglio dell’attore è una borsa piena di libri. Il messaggio che D’Amore offre ai giovani è quello di studiare, leggere, sentirsi inadeguati per migliorarsi, accettare le critiche come stimolo al perfezionamento di sé. Insomma una bella lezione di umiltà e passione che ha altri grandi antenati. Il personaggio viene da lontano, diceva Eduardo. Un lontano fatto non solo di accademia ma di scavo, di approfondimento delle dinamiche di costruzione.

Dopo un po’ il pubblico, accorso numeroso, ha dimenticato Ciro ed ha visto solo Marco, che si è esibito in una lettura rap di Viviani, ha raccontato la sua passione per la musica e le sue esperienze teatrali. Ha diretto ed interpretato il dramma American Buffalo di David Mamet. Quello che sicuramente avvertiamo è che, con la morte di Ciro Di Marzio, si è chiuso un ciclo umano e professionale dell’attore che lo interpreta. Che ora può spingersi a nuove declinazioni del mestiere.

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