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Editoriale. Una nuova lettura della “Diceria dell’untore”

by Pasquale Cuofano
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La cronaca di oggi fa pensare a Gesualdo Bufalino e al romanzo “Diceria dell’untore”, struggente racconto degli anni vissuti dallo scrittore in un sanatorio della Sicilia. Vi entrò a maggio del 1946 e ne venne dimesso nel febbraio del 1947, completamente guarito. Il suo calvario di malato di tisi comincia durante la Seconda guerra mondiale, nell’autunno del 1944 viene ricoverato per la prima volta all’Ospedale di Scandiano. Qui, il Dott. Bianchieri, uomo di grande cultura umanistica, ha nascosto nei sotterranei la sua ricchissima e straordinaria biblioteca per preservarla dalle rappresaglie nazifasciste. Tra i due nasce subito una grande amicizia e Bufalino ha il permesso di consultare tutti i libri che desidera, legge moltissimo, da quel momento si rinsalda il suo amore per la letteratura italiana e francese. Nel 1946 viene trasferito sull’isola, fra Palermo e Monreale, nella casa di cura la “Rocca” che diverrà lo sfondo del capolavoro chiuso nel cassetto per molti anni. Difficile capire il motivo di questa ritrosia, forse dubbi letterari, o forse non ancora maturo il bisogno di purificazione da quegli anni di sofferenza, solitudine, attesa della fine, senso di colpa per una guarigione toccata a lui e a pochi altri.

 

Il racconto presenta, in chiave quasi poetica, i suoi anni di cura, i compagni-personaggi con vite “a termine”, la reclusione che diventa quasi protezione dal mondo, l’attesa spasmodica di un’uscita in città, di un evento, di speranza di salvezza, di inquietudine religiosa. Allo stesso tempo è la narrazione della forza dei sentimenti: in quel teatro tragico nasce fra il giovane scrittore e Marta, una giovane ballerina dal passato discutibile, un amore-duello sulla frontiera del buio della morte. Un rapporto “puerile e condannato”, che si concluderà con la morte di lei in un alberghetto sul mare, ultimo rifugio di una fuga a due senza senso.

Disperatamente solo, scampato alla tubercolosi, l’autore lascerà la “Rocca”, “la vecchia arca in disarmo”, “un livido colombario di pietra”, “una carena di bastimento con il suo carico di annegati”. Attorno alla vicenda dello scrittore e di Marta, ruoteranno vertiginosamente le storie degli altri malati e dei medici, finiranno ad uno ad uno, in silenzio, come stranieri per caso sulla terra, figure avvolte in una coltre di oblio. Ritorneranno, tuttavia, prepotentemente alla memoria dell’autore ad imporre la scrittura come mezzo salvifico o di espiazione, ultimo suggello alla loro vita.

Grande successo editoriale nel 1981, il romanzo offre spunti di profonda riflessone. Ogni epoca ha il suo flagello, in queste pagine è la tubercolosi. Su una sponda ci sono i malati, gli untori, vittime innocenti, quasi agnelli sacrificali, dall’altra i sani, i salvati attanagliati dalla paura del contagio. Sono quelli che cercano la causa, la verità rassicurante, oppure l’ignominia da addossare ad altri, nella soddisfazione egoistica di essere scampati. E poi anche le “dicerie dell’untore” false e ingannevoli che si trasformano in terribili sentenze. La tubercolosi è stata la peste del Novecento e gli sfortunati destinatari dell’infezione furono condannati all’isolamento, alla solitudine, all’attesa della morte. Per loro niente abbracci o baci, sporadiche visite dei parenti, quarantene interminabili in lazzaretti asettici, puzzolenti di cloroformio, lontano dai centri abitati. La malattia assume così i contorni di una colpa o di una punizione, i malati i segnati da una tragica unzione divina.

Anche quest’epoca non è uscita indenne dalla sua Peste ed ogni Paese sta piangendo le sue vittime. Il Mondo sembra un triste Sanatorio dove gli uomini vivono isolati nelle loro case.

La sfida di oggi è abbandonare il colpevole senso di onnipotenza e guardare in faccia la nostra fragilità.