Home In evidenza “Che vuol dire sinistra?”, di G. Giliberti (ed intra-politicamente)

“Che vuol dire sinistra?”, di G. Giliberti (ed intra-politicamente)

Lo leggano i leader-figurine di una sinistra latitante

by Nando Morra
0 comments

 

La recensione di Luigi Gravagnuolo dell’opera di Giuseppe Giliberti “Che vuol dire sinistra?”, pubblicata qui lo scorso primo ottobre, induce ulteriori riflessioni su un lavoro, quello di Giliberti, che costituisce un contributo originale per “leggere” la travagliata storia della sinistra a livello internazionale e italiano. Per Giliberti l’analisi cruda del passato è determinante per delineare i percorsi possibili per un nuovo, positivo protagonismo della “sinistra” nel Paese.

Il testo, infatti, è di stringente attualità (e utilità) in tempi di vecchie e nuove fumosità tra i protagonisti di auspicati “campi larghi” e l’arida realtà di “campi vuoti” di idealità, valori, obiettivi e programmi del cosiddetto “fronte progressista”.

Dovrebbero leggerlo e rileggerlo i leader del “centrosinistra”, che dovrebbero (il condizionale si impone) indicare e definire i punti di attacco, strategie e tempi di un programma elettorale capace di coinvolgere e conquistare teste, pensieri e voti per liquidare il governo del neo “fascismo molle” della Meloni e partner.

Il testo, infatti, è guida sicura e aggiornata sia per una approfondita rilettura della Sinistra, della sua storia e contemporaneità sia, e in primo luogo, per approdare ad una visione nuova e avanzata base per una proposta politica cementata su un positivo “riformismo” culturale, sociale, economico e politico capace di fare uscire il paese dalla marginalità politica europea e internazionale e, soprattutto, dalle secche della arretratezza della struttura economica e produttiva, dalle crescenti disuguaglianze sociali, dalle vecchie e nuove precarietà, povertà e “nuove schiavitù”.

Il merito alto del testo è di non proporre obiettivi, ma connettere al percorso “storico” della Sinistra e alla analisi puntuale dei diversi mondi possibili (sociali, economici, politici, ecc.), una pregnante visione attuale, politica e sociale, una strategia, una conseguente scelta di campo e di programma.

Il lavoro di Giliberti, “giurista di vaglia e intellettuale militante” come definito da Luigi Alfieri, autore di una non convenzionale e intensa prefazione, che denuncia con nettezza lo “stato dell’arte” di una Sinistra prigioniera «dell’attivo e consapevole rifiuto di rappresentare chi prima si rappresentava nel tentativo di rappresentare tutti gli altri e che per sconfiggere la destra la imita..», ha insieme il respiro, la qualità e complessità di una opera compiuta di taglio e contenuti storici- accademici e, al contempo, la snella freschezza di un saggio che con linguaggio e stile nitido mette insieme storia, presente e futuro.

È la cifra alta dell’opera.

Un filo rosso connette i diversi “capitoli” tutti innervati con citazioni, richiami bibliografici e passaggi “epocali”, portato e sintesi di vasta cultura e dell’impegno “militante”, culturale, sociale e politico dell’Autore.

Giliberti ha anche il merito di liquidare ogni fumosità, di essere netto nei giudizi e nelle indicazioni recuperando e riaffermando il ruolo da tempo dismesso da molti dell’intellettuale di sinistra, identificando l’avvio del declino della sinistra in Italia e in Europa con la morte di Berlinguer.

Si tratta di un passaggio nodale che ha radici lontane. Lo stesso Berlinguer, infatti, con straordinaria sensibilità culturale, civile e politica, aveva anticipato la “crisi morale” anticamera della crisi politica e sociale del paese, nella lucida e spietata intervista a Scalfari (la Repubblica, luglio 1981) denunciando la caduta etica, la degenerazione clientelare, di potere e affaristica dei partiti e le conseguenze distorcenti per la politica, le istituzioni, l’economia, la società.

Un punto di “non ritorno” che si intreccia con i mutamenti economici e sociali derivati dalla “deindustrializzazione” a tappeto dal Nord al Sud, e conseguente caduta di ruolo politico e capacità di azione del Sindacato. La tenaglia tra crisi della Sinistra culturale e politica e sinistra sociale, che ha aperto le porte al populismo prima e alla destra dopo.

Questi aspetti, insieme all’avvento di Berlusconi e del “berlusconismo” con la bassa demagogia dello “arricchitevi!!!” e l’inquinamento progressivo della politica, insieme ai diversi assetti della economia europea e mondiale, nella analisi cruda di Giliberti, hanno condotto e consolidato il “liberismo globalista” che ha impoverito e impoverisce le classi medie e basse. In tutti i paesi avanzati e, in prima linea, l’Italia. Non è casuale, infatti, che rispetto ai paesi europei, in Italia le retribuzioni sono le più basse, il fisco sempre più pesante per lavoratori e pensionati e rendite e profitti sempre in salita per finanza e imprese. È il segno più evidente, insieme al crescente astensionismo elettorale, della pesante crisi della “Sinistra” politica e sociale italiana.

Si tratta di punti fermi ai quali Giliberti perviene sulla base di analitiche “ricostruzioni” del tortuoso percorso della “storia della Sinistra”. Una “galleria”, una puntuale e rigorosa mini-summa che intreccia con il filo dei tempi e dei passaggi epocali Marx, Engels, l’Internazionale, Luxemburg, Lenin, Stalin, Costa, Dahrendorf, Amartya Sen e Kautsky, Bucharin, Mill, Keynes fino a Togliatti, La Pira, Dossetti, Rosselli, Ruffolo, Gobetti, Matteotti, De Martino e tanti altri protagonisti di una storia che, con molte diversità, si iscriveva in un comune scenario.

L’Autore non fa sconti. La condanna senza appello delle degenerazioni e dei crimini nell’URSS del “socialismo in un paese solo” si accomuna con le definizioni che «i partiti Comunista Cinese e Nord-Coreano non possono essere definiti di sinistra».

Il richiamo alla tradizione marxista è del tutto ideologica e un generico anticapitalismo non basta per definirli “progressisti”.

Anche in tempi lontani era vero.

Giliberti sottolinea, infatti, che già nel 1964, Giorgio Amendola denunciava l’improponibilità per l’Italia e per il contesto europeo, del “modello sovietico-cinese” evocando, in giusta contrapposizione, lo scontro-incontro tra i grandi partiti e le straordinarie personalità politiche protagoniste della Costituente e della Costituzione. Una fase nobile e decisiva per costruire in Italia libertà e democrazia che assume oggi forma e sostanza di lezione etica, sociale e politica.

Insieme Togliatti e Nenni con compagni e compagne e personalità forti della DC, da De Gasperi a Moro, a Fanfani, Tina Anselmi e tante espressioni della “dottrina sociale” della Chiesa, poi con Spadolini, Saragat, Basso, Calamandrei e altri, in una Italia devastata dalla guerra, dal fascismo e dalla povertà, riuscirono nella impresa storica di consegnare agli italiani la “Carta” per un possibile futuro di libertà e di giustizia e equità sociale.

Emergono figure come Dossetti, il nucleo di “Cronache Sociali”, il cardinale Bettazzi, i “Cristiani per il Socialismo” e i “magnifici 5” della “sinistra” DC che con Martinazzoli, Fracanzani, Mannino, Misasi e Sergio Mattarella (allora ministro della PI) votano contro la Legge Mammì, una delle prime leggi “ad personam”, funzionale agli interessi di Berlusconi, dimettendosi dal Governo Andreotti.

Con onestà intellettuale e politica, Giliberti autocriticamente annota: «…anch’io sottovalutai la scelta etica di mettersi in gioco per difendere la democrazia».

Oggi la Meloni, il governo e la destra blindano la Santanchè come Dal Mastro mentre, di contro, la Bindi e Scalfaro vanno in campo da leader sui referendum.

È, come sostiene Chiara Geloni nel suo intervento in appendice, la faccia positiva e fresca dello impegno e della lotta di un popolo di giovani, donne e uomini, per non «avere un leader che parla al popolo in modo diretto, che demonizza tutto, partiti, sindacati, Corte Costituzionale, Corte dei conti, Magistratura, qualunque forma di “comunismo” della democrazia».

Un potere senza controlli: il fascismo del terzo millennio.

Le conclusioni del fascinoso “viaggio” nella “Sinistra”, con le originali “finestre” su “ Il lavoro nell’epoca digitale” e per “Una politica estera progressista”, sono racchiuse in due passaggi politici essenziali per il futuro della “Sinistra” italiana. Giliberti scrive senza cortine.

Primo. Il confine è semplice e netto. È una lezione inglese di caratura universale: un partito è di sinistra se è “Pro Labour” e non invece “Pro Business”.

Un partito è “progressista” se è democratico di sinistra. Sta qui per Giliberti, il “semaforo rosso” politico.

Secondo. Il PCI di Berlinguer era il vero “Partito Riformista” in Italia. Voleva realizzare il socialismo nelle forme possibili in Italia.

L’avvio era il “compromesso storico”. Berlinguer e Moro avevano lo stesso faticoso orizzonte politico e sociale. Da molti incompreso, da troppi avversato. Nel PCI come nella DC. Le forze politiche minori temevano possibili “eclissi”. Il mondo finanziario-produttivo un offuscamento del “potere” padronale in termini economici, sociali e politici. Scesero in campo i “grandi guardiani”. Kissinger il più esplicito.

Per USA e URSS un’impossibile utopia. Le BR lo strumento operativo per cancellare le radici di una possibile idealità sociale e politica per una diversa migliore Italia.

Il testo è integrato in appendice dai robusti e incisivi contributi di A. Occhetto, P. Bersani e Chiara Geloni.

Un libro da leggere e che si fa leggere. Obbligatorio per i leader-figurine di una Sinistra latitante.

 

Leave a Comment