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I cinesi in Italia durante il fascismo

by Piera De Prosperis

Apparentemente una piccola storia che si inserisce nella grande, macroscopica, terribile storia del ‘900: la deportazione dei cinesi nei campi di concentramento italiani durante il fascismo.

Marco Wong (imprenditore e consigliere comunale di Prato) ha organizzato su Facebook un evento, il 25 aprile alle 15, per discutere e far conoscere, soprattutto, un altro capitolo dimenticato o sommerso della storia italiana del fascismo che riguarda una comunità molto importante per noi e forte soprattutto in Toscana. Tutto parte da un testo di Philip W. L. Kwok, I cinesi in Italia durante il fascismo, che tratta dell’internamento degli immigrati orientali nei campi italiani. Il fatto che il libro, a distanza di 34 anni dalla prima pubblicazione, sia di nuovo disponibile in libreria, riporta alla luce un capitolo di storia sconosciuto ai più. In genere nei programmi scolastici di storia tutto ciò che riguarda l’Oriente non viene studiato, secondo una superata ottica eurocentrica, o forse perché non avendo il tempo necessario si taglia e chi ne subisce le conseguenze è la storia di popoli apparentemente lontani. Ma oggi non è più così. La Cina è più che mai vicina e gli italiani di origine cinese sono tanti e operano attivamente sul nostro territorio. Riscoprire quindi questo legame, per quanto doloroso e per noi umiliante, serve anche a capire come l’ingresso di questa comunità da noi non sia poi così recente, né frutto della sola globalizzazione.

La ricerca di Kwok, partita dall’incontro con uno degli ex deportati, “Mario” Cheng Chi Chang, ha ricostruito le fasi dell’internamento di massa dei cinesi residenti in Italia allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale nelle aree di Tossicia e Isola del Gran Sasso in Abruzzo e Ferramonti di Tarsia in Calabria dando il via, come ha precisato Daniele Brigadoi Cologna nella Prefazione, a successivi sviluppi delle indagini. Fino alla chiusura nel 1943, il campo di Isola del Gran Sasso accolse almeno 175 cinesi, costretti al confino solo per una pura misura precauzionale, essendo sudditi di una nazione nemica. Una restrizione della libertà personale, condivisa inizialmente con zingari sloveni ed ebrei, che non ebbe gli sviluppi tragici dell’Olocausto ma che rappresenta un altro aspetto dell’ideologia discriminatoria di quegli anni bui. Nonostante i buoni rapporti instaurati con la popolazione locale che, dai riscontri sul posto raccolti dall’autore, ha sempre conservato un ricordo positivo degli internati, soffrirono la miseria, la prigionia, la malattia, una coercizione fisica e psichica che distrusse dignità e progetti di vita personale. (F. Franchini)

La storia dei cinesi in Italia, dopo un primo momento in occasione dell’Esposizione Universale del 1906, ha inizio nel 1926 quando un piccolo gruppo di venditori ambulanti di perle false arrivano a Torino dalla Francia. Furono gli anni ’30 quelli di maggiore difficoltà: a Bologna più che in altre città italiane, il Prefetto decise di prendere provvedimenti contro questi cinesi che, con il loro commercio, provocavano il malcontento tra gli ambulanti italiani. Il passaggio ai campi di concentramento fu facile.

Il fatto che la comunità di Prato chiami a raccolta proprio il 25 aprile cinesi e non cinesi a riflettere sul loro ed il nostro passato, è significativo. Ricordare la Liberazione dovrebbe essere un fatto formale ed invece purtroppo abbiamo ancora bisogno della forza della memoria. L’intolleranza ed il pregiudizio sono virus per i quali non sono stati trovati ancora vaccini.

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