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Il dilemma elettorale

by Luigi Gravagnuolo

La settimana scorsa – https://www.genteeterritorio.it/meno-parlamentari-piu-democrazia/ – mi sono soffermato su alcune criticità istituzionali derivanti dalla riduzione del numero dei parlamentari.

Parlavo, tra le altre cose, di una ridotta rappresentanza dei territori. In pratica, stante l’attuale legge elettorale, in alcune Regioni si introduce di fatto una soglia di sbarramento del 15%. Abnorme ed oltremodo penalizzante delle minoranze.

Per non dire di altri aspetti, non meno rilevanti. Il minor numero dei parlamentari – dunque degli aventi diritto al voto nelle Camere – avrà ad esempio conseguenze nelle elezioni per il Consiglio Superiore della Magistratura e dei giudici della Corte Costituzionale. Si modifica altresì la composizione del collegio per l’elezione del Presidente della Repubblica, attribuendo al complesso dei delegati regionali un’incidenza percentuale eccessiva rispetto all’attuale.

Insomma, rabberciata alla bene e meglio la riduzione dei parlamentari, bisogna ora mettere mano ad una serie di aggiustamenti istituzionali e regolamentari, tra i quali il più rilevante è la riforma del sistema elettorale. Vediamo.

Contestualmente all’accordo di governo, i giallo-rosa avevano trovato un’intesa di massima su un sistema proporzionale puro, o con una soglia di sbarramento modesta, tale da tutelare le minoranze politiche e territoriali. Detto tra parentesi, sarò malpensante, ma ho l’impressione che Matteo Renzi abbia deciso di rompere con il Pd e di fondare Italia Viva proprio confidando sulla tenuta di tale intesa di massima. La sua iniziativa ha però immediatamente indotto ad un ripensamento i suoi attuali partner di maggioranza. Il Pd innanzitutto, per ovvie ragioni. Ma anche il M5S, pur da sempre fautore di un proporzionalismo spinto. Per non dire della destra sovranista – che pure giocherà un ruolo ineludibile nella scelta del sistema elettorale – i cui numeri attuali la spingerebbero piuttosto verso un maggioritario spinto. Insomma, quell’accordo di massima è già stato azzerato e, sulla riforma elettorale, si riparte da zero.

Sul tavolo ci sono quattro ipotesi. Il proporzionale puro, come si è già detto. Il proporzionale con premio alla lista. Il proporzionale con premio alla coalizione. Il ritorno al mattarellum, o per lo meno al suo principio ispiratore, cioè la combinazione di una quota eletta con sistema maggioritario nei collegi e di una quota proporzionale. Quale che sarà la scelta, è comunque imprescindibile che, per lo meno al Senato – alla cui composizione concorrono non solo gli eletti dal popolo, ma anche i senatori a vita – occorrerà garantire alla componente elettiva una quota di maggioranza tale da scongiurare il rischio che i senatori a vita vedano accrescere in modo elefantiaco il peso del loro voto. Sta prendendo perciò piede l’ipotesi di due sistemi elettorali distinti per la Camera e per il Senato, con l’introduzione per Palazzo Madama di collegi nominali a doppio turno con premio di maggioranza al 60% sul modello dell’attuale legge elettorale per i Comuni.

Vedremo quale sarà la scelta finale del legislatore, di una cosa però si può stare certi. L’impegno a varare tale riforma entro dicembre non sarà mantenuto. È troppo radicata nella vita politica italiana l’attitudine – sciagurata per la nostra democrazia – di cambiare la legge elettorale alla vigilia delle scadenze di legislatura, di modo che le maggioranze uscenti possano cucirsi l’abito elettorale sulle proprie convenienze di parte, trovando impreparate le opposizioni. Il nostro ordinamento classifica le leggi elettorali quali leggi ordinarie, da potersi votare a maggioranza semplice, senza neanche l’obbligo della loro entrata in vigore dopo un anno, com’è in altri Paesi: Una tentazione troppo ghiotta perché i nostri partiti, sempre più senza anima, non ne approfittino.

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