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Il libro del Prefetto Valentini su Domenico Sica

by Stefano Sorvino

E’ stato presentato lo scorso 5 ottobre presso il Teatro di Corte di Palazzo Reale, con la partecipazione di relatori di alto livello, lo stimolante volume di Marco Valentini sulla figura di Domenico Sica (Editoriale Scientifica), magistrato di origini campane scomparso nel 2014, che nominato prefetto – dopo un’intensa carriera da requirente – ha ricoperto per circa un triennio (1988/91) l’incarico di Alto Commissario per il coordinamento della lotta alla delinquenza mafiosa.

Il pregevole volume si inquadra appropriatamente nella collana editoriale del “Grifone”, diretta ed ispirata da Carlo Mosca – figura aggregante e carismatica dell’amministrazione prefettizia – mirata a riscoprire e valorizzare, anche attraverso le biografie di funzionari pubblici del recente passato, l’etica del servizio alle istituzioni espressa in ruoli prefettizi di particolare delicatezza. L’autore del testo, aperto dalla prefazione del giudice Rosario Priore, è Marco Valentini, attualmente prefetto di Napoli e già capo dell’Ufficio legislativo del Ministero dell’Interno, funzionario di primo piano ma anche intellettuale di spessore, che ha consumato significative esperienze nel settore dell’intelligence e della sicurezza ed è stato da giovane in servizio presso l’Alto Commissariato.

Il Commissariato antimafia venne costituito dal governo Spadolini nel 1982 con decreto legge, preposto a compiti straordinari di prevenzione investigativa e coordinamento delegati dal Ministro dell’Interno, sull’onda emotiva suscitata dal clamoroso omicidio del prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa, senza però mai decollare pienamente sino alla sua soppressione nel 1993 contestuale alla nascita della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) anch’essa a composizione interforze.

Dopo la fase iniziale affidata ad Emanuele De Francesco, al tempo stesso direttore del SISDE e prefetto di Palermo, e le gestioni burocratiche dei successori Riccardo Boccia e Pietro Verga, nell’agosto 1988 il governo De Mita nominò a sorpresa Commissario antimafia Domenico Sica, all’epoca attivissimo Procuratore aggiunto di Roma, titolare delle principali indagini sugli episodi criminali di quel travagliato periodo tra terrorismo interno e internazionale, criminalità organizzata, spionaggio, sequestri di persona ed attentati gravissimi.

Il triennio da Alto Commissario del magistrato-prefetto risultò particolarmente sofferto, tra la incerta definizione dei suoi poteri di coordinamento con i correlati assetti normativi nella delicata organizzazione dell’intelligence antimafia, non senza aspri contrasti e tensioni, sino alla conclusione dell’esperienza con la definitiva assimilazione di Mimmo Sica alla carriera prefettizia e la nomina alla sede di Bologna.

In quegli anni è continuata la sanguinosa offensiva della mafia aperta alla fine degli anni ’70, con ingenti perdite di uomini delle istituzioni, ma anche la progressiva strutturazione delle normative e politiche antimafia a partire dall’utilizzo sempre più frequente dei collaboratori di giustizia, i cosiddetti “pentiti (dal famoso “maxi-processo”, istruito da Falcone e Borsellino, in poi), per i quali solo nel 1991 è intervenuta la prima legge organica. Valentini analizza con acume il cruento scenario delineato dalle azioni della mafia, rivolte contro figure dello Stato o relative a conflitti interni (la guerra tra “corleonesi” e clan perdenti) ma anche il laborioso sviluppo dell’azione di contrasto da parte delle forze di polizia e della magistratura – e, soprattutto, la risposta normativa ed ordinamentale rilevante sul piano degli strumenti operativi – con una sopravvenuta concentrazione sul fenomeno mafioso rispetto alla maggiore attenzione rivolta negli anni precedenti alla minaccia terroristica.

In quello scenario di guerra le investigazioni degli organi di polizia diventano più massicce e sofisticate, si procede all’arresto di numerosi latitanti e, soprattutto, alla progressiva implementazione delle misure patrimoniali di sequestro e confisca di beni dopo lo start up della innovativa legge “Rognoni-La Torre”, approvata dal Parlamento in via d’urgenza a seguito della strage di via Carini. Nel 1988 viene varata la legge n. 486 sull’Alto Commissariato che ne disciplina i limitai poteri, affrontando i vari profili del coordinamento antimafia, mentre la normativa “Rognoni-La Torre” viene integrata e rafforzata dalla successiva legge n. 55/90, configurandosi – attraverso la fattispecie associativa tipica dell’art. 416 bis del Codice Penale – le caratteristiche dell’organizzazione mafiosa cui corrisponde uno strumento di imputazione ad hoc.

Il volume, agile e documentato dall’esperienza vissuta dell’autore, risulta di gradevole lettura ed ospita alcuni qualificati contributi, proponendo spunti di interesse biografico ma anche di riflessione critica sui diversi profili del contrasto alle mafie ed alla criminalità organizzata, e focalizza le asprezze e i travagli di quel drammatico periodo storico ma anche i significativi aspetti professionali ed umani della rilevante personalità di Domenico Sica.

Egli rappresenta uno dei non rari casi di prefetto non proveniente dalla carriera interna ma da diverse estrazioni (questori, magistrati, generali dei carabinieri e dell’esercito, ingegneri dirigenti dei vigili del fuoco, alti funzionari parlamentari, ecc., che hanno integrato il cd. “reclutamento laterale”), figure di nomina governativa, che hanno arricchito l’importanza politico-istituzionale e la rappresentatività del ruolo prefettizio di funzionario “generalista” dell’alta amministrazione, snodo e punto di confluenza di svariate competenze, esperienze e professionalità.

In ogni caso risulta sicuramente centrato l’obiettivo perseguito dalla collana meritoriamente curata da Carlo Mosca, risaltando dallo scritto il valore esemplare del prefetto Sica come “civil servant” in una panoramica di figure rappresentative dell’Amministrazione dell’Interno, che – con il loro straordinario impegno professionale – hanno dato lustro alle pubbliche istituzioni servendole nei frangenti più difficili della storia repubblicana con sobrietà ed abnegazione oltre che con passione e senso dello Stato.

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