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Inchiesta Acqua 3. Piscopo spiega cosa vuole fare il distretto di Napoli

by Flavio Cioffi

Il professore Carmine Piscopo, assessore del Comune di Napoli ai beni comuni e all’urbanistica, è anche il Coordinatore del Consiglio di distretto idrico “Napoli” che, oltre al capoluogo, comprende altri 31 Comuni. Il Consiglio ha recentemente assunto una delibera a sostegno dell’acqua pubblica.

Professore, cosa vuol dire?

L’acqua pubblica è stata sempre un cavallo di battaglia della città di Napoli e della giunta De Magistris. Il discorso generale dei beni comuni costituisce un punto essenziale della nostra politica. Nulla di ideologico, quanto qualcosa di molto pratico all’interno del mandato referendario del 2011. Siamo l’unica grande città d’Italia che ha realmente ripubblicizzato l’acqua trasformando una società per azioni in azienda speciale a totale controllo pubblico, vale a dire ABC. Per queste ragioni il Consiglio di distretto ha sempre portato avanti con determinazione, all’interno dell’Ente Idrico Campano (EIC), il discorso dell’acqua bene comune e dell’autonomia dei distretti e degli Enti locali nelle loro scelte. Il comune di Napoli ha addirittura impugnato la legge regionale, che non garantisce ai Comuni la dovuta autonomia nell’organizzazione del servizio idrico integrato

Ma è possibile ragionare su scala comunale?

Il Comune di Napoli ha completato il proprio ciclo integrato per ABC. E’ stata una battaglia molto importante. Come noi lo abbiamo fatto a Napoli, possono farlo i distretti nei loro territori all’interno del Piano d’ambito che l’EIC sta portando avanti. Il ruolo del distretto di Napoli è sempre stato molto chiaro. Non a caso abbiamo sempre portato avanti il discorso della gestione pubblica e ultimamente, con una delibera di indirizzo politico, abbiamo voluto ribadire la nostra indicazione per il modello di governance.

L’obiettivo è quello di affidare la gestione del distretto ad ABC?

Con questa legge regionale, l’unica possibilità che abbiamo è quella di indicare ABC. Riservandoci di trovare una specifica modalità di governance, perché ogni Comune ha i propri gestori e le proprie particolarità. Si tratta di spingere per un cambiamento della legge.

Il commissario dell’ABC ha chiesto un distretto solo per la città di Napoli. Lei è d’accordo?

E’ una proposta su cui si può ragionare, però vorrei riportare la discussione sul piano politico. La normativa deve essere allineata nella direzione del mandato referendario del 2011, definendo l’autonomia dei distretti, il che vuol dire degli Enti locali. Poi si discuterà di modelli, ma in un quadro che ridisegni gli ambiti sulla base delle risorse esistenti e in un quadro di gestione pubblica.

Avete avanzato una proposta concreta?

Non ancora. Di tutto questo vorremmo discutere in un confronto autentico nell’ambito dell’EIC, che si dimostri un Ente pubblico autonomo rispetto alla Regione.

Ma gli altri 31 Comuni del distretto sono d’accordo? Nessuno di loro era rappresentato quando è stata assunta la delibera. Solo Napoli.

I commissari del Consiglio di distretto sono trenta, di cui 8 sono decaduti. Sui 22 in carica erano presenti 14, che compongono la maggioranza.

Questa è forma. Nella sostanza i 31 Comuni non si sono espressi.

Raccolgo il suo invito, usciamo dalla forma. Però non è solo forma inserire all’ordine del giorno il tema della gestione pubblica. Nessuno qui si fa scudo di una delibera. Quella delibera è un sasso lanciato nello stagno per dire che è tempo di agire e aprire un tavolo di confronto.

Non è il caso di riconvocarli?

Ripeto, quella delibera di indirizzo politico serve ad aprire una discussione sull’acqua pubblica, sul modello di governance, sulle relazioni fra gli Enti, soprattutto alla luce della definizione del piano d’ambito. Ma certamente li richiamerò.

L’EIC vi ha scritto di non uscire fuori dal seminato.

Si, una nota garbata del direttore e del presidente che ci ricorda i compiti statuiti di ciascuno. Anche qui, però, se tutti iniziano a farsi scudo di limiti, compiti e definizioni, diventa solo una straordinaria discussione formale. Mentre a noi interessa una discussione vera. Per noi la sostanza è altrove.

Tra poco ci sono le regionali, è facile che non se ne faccia niente.

E’ probabile che ci si riveda dopo le elezioni, ma era politicamente nostro dovere intervenire. Soprattutto in relazione alla redazione del piano d’ambito. La legge regionale, infatti, non chiarisce il momento in cui interviene il singolo Consiglio di distretto.

Parliamo di tariffe. I recenti aumenti non sono stati approvati dall’Autorità nazionale, ma intanto l’utente paga.

Noi come Consiglio di distretto abbiamo lavorato sulla non retroattività degli adeguamenti e fissato conguagli decennali. Troviamo corrette le censure dell’Autorità competente. Anche per questo proponiamo di rivedere completamente il sistema. Cambiando il modello di governance, anche i problemi tariffari si superano.

Sta tornando al primato dell’acqua pubblica?

Si, nello spirito del referendum del 2011. Se progettiamo una città pubblica significa una cosa, se ci muoviamo in altra ottica parliamo di un’altra città.

Ma il sistema idrico integrato non è gestibile su scala comunale, non è un problema di città.

Allora lavoriamo sugli ambiti, sul disegno vero del territorio. Se si lavora ponendo in primo piano la realtà fisica in un disegno gestionale pubblico, io sono convinto che la via d’uscita si possa trovare.

Ai Comuni del suo distretto che stanno pensando di bandire gare per la gestione delle loro reti, magari in project financing, cosa dice?

Di incontrarci al più presto e di aprire una discussione su cosa sia il distretto e per definire un modello di governance comune.

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