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IRAN, la libertà non si fa impiccare

by Luigi Gravagnuolo
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Tutto è cominciato con un hashtag, #baraye, che in italiano sarebbe #per. Per la libertà delle donne, che presto è diventato un Per il diritto alla vita delle donne libere!

Ancora una volta la miccia di una rivoluzione in un regime autocratico è stata accesa su un social. Ed ancora una volta vede come protagoniste le donne. Stiamo parlando – lo avete capito – della rivoluzione iraniana. Quanto qui di seguito dirò è stato raccontato al Mumble Rumble di Salerno, dall’attivista iraniana residente a Napoli Rozita Shoaei, lo scorso 28 dicembre, in occasione di un incontro di solidarietà con le donne ed il popolo dell’Iran titolato Jin, Jiyan, Azadî – Vita, Donne, Libertà.

Dunque, dopo aver a lungo covato nel web, lo scorso 16 settembre, quando a Teheran, a Tabriz, a Mashhad e in tutte le città iraniane si è diffusa la notizia che Masha Amini, una ragazza di ventidue anni arrestata tre giorni prima dalla ‘polizia morale’ del clero sciita perché indossava l’hijab in modo scorretto, era deceduta a seguito delle botte subite, la rivolta ha inondato le strade e le piazze di tutto l’Iran. Inarrestabile, come un fiume in piena quando rompe gli argini.

Da allora invano il regime teocratico sta tentando di reprimere nel sangue, con una crudeltà degna dei peggiori momenti del medioevo, l’anelito di libertà delle donne ed ora dei giovani e della società civile tutta dell’Iran. Nel momento in cui scriviamo sono già 510 i giovani e le giovani uccisi, migliaia i torturati, gli arrestati, i seviziati, ma l’onda della protesta non si è fermata. All’hashtag della prima ora, #baraye, si sono affiancati dopo il 16 settembre #mashaamini e #jin-jyan-azadî, ed alle ragazze ed ai giovani si sono uniti gli operai ed i dipendenti dei servizi pubblici, con scioperi ripetuti. Ai curdi che da subito si sono mobilitati – Masha Amini era curda – si sono aggiunte altre minoranze etniche come gli azeri ed i turchi, ma soprattutto la componente maggioritaria del paese, quella persiana.

L’Iran è un paese giovane, il 24% della popolazione è inferiore a 15 anni mentre tra i 16 ed i 59 anni si conta il 66% della popolazione; solo il 10% supera i 60 anni. Per fare un confronto veloce, in Italia la fascia di età fino ai 15 anni è il 12% della popolazione, la metà dell’analoga fascia iraniana; da noi quella over 59 anni è il 30%, il triplo che in Iran. Ma in Iran, uno dei paesi più giovani del mondo, il potere è nelle mani di un’autocrazia anagraficamente oltre che culturalmente in disfacimento. Ed i giovani avvertono che il futuro è loro, sentono il profumo di una libertà sempre più vicina, sono pronti a morire pur di rompere le catene del regime e di accelerarne la disfatta. Magari non sanno quanto tempo ancora ci vorrà, ma hanno la certezza che la fine della tirannia è vicina.

Una signora presente nel pubblico, nella sala del Mumble Rumble di Salerno, ha chiesto a Rozita Shoaei se il movimento non stia esponendo in modo cinico la vita di tanti giovani, disarmati contro un regime armato di tutto punto e tanto ferocemente determinato, e se non sarebbe invece più prudente fermarsi. Mi sono venute in mente le raccomandazioni ‘umanitarie’ dello scorso marzo dei nostri pacifisti d’occasione al governo ucraino perché si arrendesse, risparmiando così la vita dei propri cittadini, ed ai governi occidentali affinché non fornissero armi agli ucraini per salvarne la vita. E mi sono tornati in mente gli azzurri occhi di Ljudmila, donna ucraina residente in Italia, diventati rosso fuoco quando lo scorso marzo le chiesi se a suo parere non sarebbe stato più prudente arrendersi, vista la sproporzione di forze rispetto all’armata della Russia. Tagliò corto Ljudmila: “Noi non ci arrenderemo mai! A costo di farci ammazzare tutti, non torneremo schiavi dei moscoviti!” E la chiuse lì.

Rozita non ha il furore di Ljudmila, è donna più pacata, ascolta e, per quanto indignata, non si altera, ha la calma dei forti, eppure la sua risposta alla signora della sala non è stata meno ferma: “Vero, tante e tanti di noi stanno morendo e subendo torture, ma noi ci fermeremo solo quando il regime sarà crollato. Sappiamo che tanti altri di noi morranno, ma non abbiamo alcun dubbio che alla fine, non sappiamo quando, saremo un popolo libero!”.

Rozita Shoaei ha parlato di un file rouge che lega l’attuale rivolta alla rivoluzione del ‘79, che portò all’abbattimento dello scià Reza Pahlavi ed all’instaurazione della Repubblica Islamica di Komeini. Anche allora furono protagoniste le donne. Paradossalmente allora, contro una tirannia laica che impediva loro di indossare il velo, le donne reclamavano il diritto di coprirsi il capo con l’hijab; oggi, contro una tirannia teocratica, si ribellano per poter decidere liberamente di non indossarlo. Non c’è contraddizione, allora come oggi le donne dell’Iran chiedono semplicemente di essere libere. Ma il ‘79, come pure l’esperienza più recente delle primavere arabe, ha aperto loro gli occhi: in ogni rivoluzione si annida qualcuno che cerca di approfittarne per occupare le stanze del potere e non lasciarlo più. Nel ‘79 il popolo iraniano non voleva la Repubblica islamica, voleva la Repubblica, punto; ma si trovò Khomeini e i suoi Guardiani della Rivoluzione al potere. È per questo che oggi il movimento rivoluzionario iraniano non ha leader. Non ne ha e non ne vuole. Ne diffida.

Così come non chiede un sostegno militare o qualcosa di analogo dall’esterno. Ma può una rivoluzione vincere senza un leader, o quanto meno senza un gruppo dirigente pronto a subentrare al potere una volta abbattuta la casta? Il principe erede di Reza Pahlavi, Mohammad Hassan Mirza II, non potrebbe essere un’alternativa? “Il principe guarda con simpatia al nostro movimento, ci vuole aiutare, ma lui stesso sa che una restaurazione della monarchia dello scià è improponibile”.

Ma non è che dietro il vostro movimento ci sia lo zampino degli americani e che voi ne siate lo strumento? “Sappiamo che gli americani, quando si muovono, lo fanno per interesse. Anche il loro aiuto ci sarebbe utile, ma il futuro dell’Iran sta nelle esclusive mani del popolo iraniano”.

Ora è del tutto evidente che le morti, le sevizie che subiscono questi ragazzi sarebbero minori e terminerebbero più presto se qualcuno dall’esterno intervenisse per mettere fine alla repressione, o quanto meno se fornisse ai rivoluzionari le armi per difendersi. Ma chi può farlo oggi, nell’attuale contesto geopolitico? Rozita Shoaei ha definito l’autocrazia iraniana la ‘tana del diavolo’, la fucina del terrorismo del mondo intero, l’ostacolo più grande alla pace nel mondo ed ha chiesto che il mondo intero si attivi per stanare il diavolo e ricacciarlo all’inferno. Già, il mondo intero, eppure lei stessa sa che gli attivisti del suo paese non hanno alcuna chance di essere ascoltati se chiedono aiuto alla Russia o alla Cina, alleate degli ayatollah, ed in fin dei conti che hanno poche probabilità di esserlo dall’Occidente, che non può andare a collocarvi un’altra mina nel nostro esplosivo mondo contemporaneo. Da noi, dall’Occidente possono venire loro in aiuto solo la solidarietà morale e le pressioni diplomatiche sul governo di Teheran, magari con un inasprimento delle sanzioni.

Sembra poco, ma l’una e le altre servono. Serve far sentire ai giovani iraniani che non sono soli al mondo. Una ragione di più, dunque, per partecipare con convinzione ed in gran numero alle manifestazioni pro-donne dell’IRAN in corso in tutta Italia, a cominciare da quella di sabato prossimo, 7 gennaio, alle ore 12:00 a Napoli, in piazza Calenda di fronte al Teatro Trianon, promossa da Marisa Laurito, Luciano Stella, Nino Daniele, Tiziana Ciavardini e tanti altri. Persone nobili, nelle cui vene scorre ancora il sangue della solidarietà umana.

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