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La cura

by Piera De Prosperis

Di quest’anno che sta finalmente per lasciarci abbiamo detto tutto il male possibile. Eppure forse il lascito più importante è la rivoluzione copernicana che gli eventi dolorosi e tragici ci inducono a compiere rispetto a quanto abbiamo sempre considerato normalmente dovuto. Vorrei riflettere in particolare su una parola che nel nostro vocabolario ricaviamo dal latino ma che in italiano abbiamo declinato nelle più diverse accezioni. Il termine cura, in latino, per lo più al plurale le curae, significa preoccupazione, affanno. Sento gli avversi Numi, e le secrete Cure che al viver tuo furon tempesta (Foscolo). Il significato primo che il vocabolario Treccani presenta è: Interessamento solerte e premuroso per un oggetto, che impegna sia il nostro animo sia la nostra attività: dedicare ogni c. alla famiglia, all’educazione dei figli, ai proprî interessi; avere c., prendersi c. di qualcuno o di qualche cosa, occuparsene attivamente, provvedere alle sue necessità, alla sua conservazione: avere c. della propria persona, dei proprî oggetti; avere c. del bestiame, dei fiori, dell’orto; non darsi c. di nulla, disinteressarsi di tutto, essere indolente. A cui se ne aggiungono altri, tra cui: Oggetto costante (costituito da persone o cose) dei proprî pensieri, delle proprie attenzioni, del proprio attaccamento: l’unica sua c. è la famiglia; non ha altra c. che lo sport, il gioco, lo studio, ecc. / Il complesso dei mezzi terapeutici e delle prescrizioni mediche che hanno il fine di guarire una malattia (sinon. Di terapia, ma con significato e uso più ampî): la c. dei tumori, delle affezioni polmonari, ecc.

Per noi donne il termine è parte integrante del nostro essere: quanta cura, nel corso dell’esistenza di ciascuna di noi, abbiamo prestato a familiari, anziani di casa, mariti, figli, quanta cura quest’anno hanno richiesto le nostre relazioni interpersonali perché non si perdessero nella oggettiva difficoltà di gestione dei rapporti. Il 2020 ci ha insegnato a dare priorità a questo termine. Tuttavia perché la cura possa diventare un termine etico ed acquisire una valenza rivoluzionaria, esso deve fare un salto di qualità, trasformarsi in una forma mentis, deve diventare la capacità di valutare, assumendosene i rischi, l’azione migliore per sé e per gli altri. Nel momento in cui le azioni di cura si distanziano dall’accudimento tout court, esse devono presentarsi con un’istanza etica. Ogni gesto, pratica quotidiana deve ricondursi alla categoria della cura che non è astratta ma è il principio primo in cui inserire le nostre scelte. Ogni gesto, pratica quotidiana diventerà così politico, nel senso più ampio della parola, sarà cioè finalizzato a costruire un orizzonte condiviso. Ciò varrà per il singolo gesto, ma ancora di più nella pratica dei governi. Il Covid ci ha insegnato ad aver cura del mondo, aver cura degli anziani, aver cura della scuola… Ma perché tutto questo abbia senso bisogna che il termine acquisisca una valenza etica universale e condivisa. Forse nel guardare le cose da una diversa prospettiva sta l’unico merito del flagello dei tempi nostri.

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie
Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo
Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai

Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore
Dalle ossessioni delle tue manie
Supererò le correnti gravitazionali
Lo spazio e la luce per non farti invecchiare

E guarirai da tutte le malattie
Perché sei un essere speciale
Ed io, avrò cura di te

La cura, F. Battiato

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