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Natale 2020: normalità o meraviglia?

by Anna Malinconico
natale 2020

L’Autrice è sociologa esperta di inclusione e comunicazione istituzionale.

Una delle domande più ricorrenti ascoltate in questo 2020 è: “Ma quando torneremo alla normalità?” Ebbene io chiedo: “ma che cosa è la normalità? A cosa ognuno si riferisce ponendo quella stessa domanda?”

Io non ho mai creduto nel concetto generalizzato di normalità, piuttosto ritengo esista un certo ordine della cose: una sorta di sequenza di routine e, sul piano individuale ognuno ha un proprio ordine, un sistema di abitudini routinarie nel quale si ritrova ogni giorno ed in ogni occasione. E poi ci sono le routine collettive, sociali, di gruppo, ed anche lì, ogni comunità ne ha di proprie, nelle quali si ritrova ed identifica. Su questo andamento del proprio vivere fatto di ritualità ed anche automatismi, pochi erano abituati a rifletterci, si facevano e basta. E così le giornate iniziavano con le stesse modalità per ciascuno ed il tempo personale, incontrando quello collettivo, sperimentava sempre meno, abituato a sequenze più o meno identiche. Ad ognuno la propria. Poi, eventi straordinari, come una nascita, un cambio di lavoro, una perdita, un amore improvviso, potevano scaraventare un uragano e sconvolgere, stravolgere la routine, immettendo energia nuova in un sistema arrugginito o annebbiato dalla “normalità” quotidiana, fino a generare un nuovo ed altrettanto personale “ordine delle cose”. E così, quella rassicurante e grigia normalità, per certi versi consolatrice e rassicurante, cedeva il posto ad una effervescenza dalla quale necessariamente doveva generarsi un’altra normalità. In ogni caso, chi si allontana di sua sponte da quell’ordine precedente, veniva e viene visto come un potenziale sovversivo; un provocatore; un originale; un inaffidabile; un coraggioso; un visionario, insomma un individuo fuori gli schemi. Rimanere legato alle propria routine, invece, fa sentire parte del gruppo, e permette di essere percepito come affidabile; gregario; conformista; reazionario; pavido, tutte, in una direzione o in un’altra, sfumature molto diverse di una stessa faccia della medaglia.

E torniamo al tema: la normalità esiste solo per definire gli irregolari, gli anomali, gli irriverenti, io aggiungo, i coraggiosi, gli autonomi, i rivoluzionari. Per definire un “irregolare”, abbiamo bisogno del “regolare”, così è per il normale ed il suo contrario. Chi si discosta da un ordine condiviso, ancora oggi fa paura perché cambiare è rischioso, espone ad analisi e scelte non sempre popolari; può isolare ed esporre e, soprattutto, pone domande scomode alle quali non si è disposti a rispondere. Chi effettua scelte contro corrente, inevitabilmente impone riflessioni ed evidenzia crepe, scomode da scorgere.

Veniamo ai nostri giorni, a questa coda di pandemia in attesa di essere vaccinati: si potrà tornare, dunque, alla normalità, una volta che saremo tutti vaccinati? Ma a cosa ci riferisce? Alle passeggiate in libertà, alle gite fuori porta, al rito degli aperitivi con gli amici? Per altri può significare lo spaccio in libertà, l’attività di parcheggiatore abusivo, le giocate ai casinò, la prostituzione ai margini di un supermercato, insomma ad ognuno la propria quotidianità scontata e ripetitiva.

Forse non ci siamo resi conto che proprio la cosiddetta normalità, forse l’eccesso di normalità, ci ha condotti al baratro, perché, in suo nome, abbiamo accettato tutto. Si, abbiamo accettato di distruggere il nostro habitat assumendo comportamenti dannosi; abbiamo accettato di non poter fare a meno della plastica; del fumo; siamo diventati vittime, non protagonisti, di un’era del consumo che ha accelerato le nostre vite, facendole coincidere con il fare e non con l’essere; non inorridiamo più davanti alla violenza sulle donne, sui bambini, sui diversi da noi, perché “ci siamo abituati”. E lo abbiamo fatto anche accettando vite non nostre, rapporti consumati ed usurati dal tempo, cercando altrove stimoli ed energie vitali, ma rimanendo legati “alle nostre normalità”.

L’epidemia da coronavirus avrebbe potuto evidenziare, anche ai più scettici, che qualcosa nel sistema precedente era sbagliato, e che dunque, augurarsi di tornare a quella scellerata, inconsapevole, condivisa normalità, non solo non dovrebbe essere un sogno, ma addirittura bisognerebbe aver costruito dell’altro per scongiurarlo davvero. Ed invece siamo qui, a Natale, a rivendicare ogni aspetto di quell’ordine delle cose che ci ha condotti fin qua.

Da scellerata, anticonformista o solo da sociologa abituata a leggere quello che accade, mi auguro davvero che non ritorni la normalità pre-Covid, colpevole di aver generato cecità e sordità collettiva, di aver abdicato alla visione, in nome di un ordine delle cose che ha annebbiato il presente e messo una ipoteca gravissima sul futuro. Il lockdown ci ha costretti, tutti insieme, a guardare la stessa morte, potremmo ancora imparare a trasformare questa costrizione in opportunità, perché la morte spiega la vita, la rispetta, ne dà valore e senso. Perché ci rappresenta senza sconti che siamo tutti vulnerabili e non onnipotenti, e che si nasce e si muore sul serio, non come accade nei videogiochi dove tutto è sempre possibile. E poi ogni cosa ha un tempo ed un luogo, non tutto può essere riparato o recuperato e nemmeno ritrovato, insomma potremmo imparare a diventare umani. Ma non abbiamo ancora molto tempo, perché il vaccino allontanerà questo virus, e se non ci siamo preparati abbastanza corriamo il rischio di “ritornare normali” in un battito d’ali.

Intanto è Natale, il tempo cioè del più rivoluzionario e visionario degli uomini, il più sovversivo e libero di tutti i tempi. L’unico che ha coniugato il presente con il futuro e che, senza nascondere la paura, ci ha offerto una visione, ancora non compiuta.

Questo è il Natale 2020, non normale, ma meraviglioso. Allora si, buon Natale a tutti.

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