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La rigenerazione urbana: un modo nuovo di pensare la città

by Alessandro Bianchi

L’Autore è Direttore della Scuola Internazionale di Rigenerazione Urbana e Ambientale – Lafeniceurbana. L’articolo che segue riassume lo scritto da lui esposto in occasione dell’incontro, tenutosi nei giorni scorsi al MAXXI di Roma, di presentazione del n. 3/2019 della Rivista Trimestrale Economia della Cultura dedicato al tema “La gestione dei paesaggi: i problemi di sempre, le esperienze virtuose”.

Il significato dei termini

Il termine “rigenerazione urbana” è entrato da non molto tempo nel nostro Paese nel lessico delle discipline che si occupano della città, del territorio, dell’ambiente e del paesaggio, mutuato da un filone affermatosi inizialmente in Gran Bretagna alla metà degli anni Settanta del Novecento con la denominazione di “Urban Regeneration”.

Tuttavia ancora oggi il suo significato rispetto agli altri preesistenti – riqualificazione, ristrutturazione, risanamento, riabilitazione, rinnovo – non è stato ancora definito con precisione e la questione non è di natura puramente lessicale ma riguarda la latitudine operativa della pratica della rigenerazione, in primo luogo nell’ambito dell’urbanistica e, più in generale, del governo del territorio.

Siamo, infatti, in presenza di una congerie di leggi, regolamenti e provvedimenti economici, sia a livello nazionale che regionale e locale – compreso il recente Decreto Interministeriale 20.9.2020 – che fanno riferimento alla rigenerazione mescolandola o, addirittura, spiegandola con altri considerati sinonimi o similari, il che non consente di impostare un quadro di riferimento unitario per la pratica della rigenerazione che deve diventare – unitamente alla sostenibilità ambientale, con cui ha ampi margini di correlazione – il fondamento basilare per un modo nuovo di pensare la città. E’ una posizione ormai condivisa da numerosi studiosi oltre che da componenti del mondo professionale e imprenditoriale, ma di cui occorre ancora precisare la portata, a partire dall’esatto significato del termine “rigenerazione” quando lo si applica ad un “oggetto urbano”: un manufatto, un complesso edilizio, un sito industriale, una attrezzatura, un intero centro abitato.

Semplificando possiamo dire che in tutti i termini richiamati la particella “ri” sta a segnalare che la realtà su cui si interviene ha perso, in tutto o in maniera prevalente, la connotazione pre-esistente, che con l’intervento si mira a ripristinare. Si ri-qualifica qualcosa che si è dequalificato, si ri-struttura ciò che si è destrutturato, si ri-nnova ciò che si è invecchiato e via dicendo. Allora se questa interpretazione si applica al termine “ri-generazione”, dobbiamo convenire che siamo in presenza di un qualcosa che ha perso il suo genere, vale a dire il “complesso dei suoi caratteri essenziali e distintivi”. L’esempio più evidente è quello delle aree industriali dismesse, che non sono solamente abbandonate e in progressivo degrado, ma non sono più utilizzabili nella loro funzione originaria. Dunque ri-generare significa non il ripristino della condizione pre-esistente di un oggetto, bensì la creazione per quell’oggetto di un genere diverso, di nuovi “caratteri essenziali e distintivi”. E’ questo il punto su cui occorre insistere, perché nell’attuale confusione terminologica finiscono per essere considerati come rigenerazione anche la ristrutturazione di un edificio o la sistemazione di una piazza di paese, interventi magari utilissimi, ma per i quali non vi è alcuna necessità di introdurre un termine nuovo.

Lungo questo percorso di ricerca vi sono gli essenziali riferimenti che si desumono dagli esiti dalle conferenze internazionali tenute sul tema a partire dalla metà degli anni ’90 del Novecento: la “Carta di Aalborg” (1994), la “Carta di Lipsia” (2007) e, in modo particolare, la “Dichiarazione di Toledo” (2010) che ha centrato l’attenzione sulla “rigenerazione urbana integrata e il suo potenziale strategico per uno sviluppo urbano più intelligente, sostenibile e inclusivo nelle città europee”.

Sono questi i riferimenti – alcuni di natura teorica, altri di contenuto tecnico, altri ancora di tipo normativo – che occorre mettere a punto per avviare un sistema di azioni che consenta di canalizzare al meglio le risorse finanziarie disponibili e di orientare un pervasivo percorso di pianificazione, progettazione e costruzione della città della rigenerazione.

E per comprendere la portata della realtà di cui parliamo nel puntualizzare il significato della rigenerazione urbana, basta osservare quanto emerge pur in assenza di un censimento sistematico degli “oggetti urbani” che ricadono in quel campo di definizione.

Parliamo di 9.000 Kmq di aree industriali, di 50.000 monumenti e siti storici, di 20.000 chiese e complessi religiosi, di 1.700 edifici e siti militari, di 1.600 Km di linee ferroviarie con 1.700 stazioni, di 3.000 miniere e di 14.000 cave. Un patrimonio enorme che, qualora venisse messo in gioco nelle politiche di governo della città tramite pratiche di rigenerazione, segnerebbe una svolta nella qualità dei nostri luoghi di vita.

Le esperienze esemplari

In questa direzione sono andate alcune tra le più interessanti esperienze realizzate in alcune importanti città europee – Glasgow, Manchester, Liverpool, Marsiglia, Freiburg im Breisgau, Lipsia – insieme alle quali, due meritano di essere indicate come esperienze esemplari per la portata dei risultati raggiunti, per le modalità con cui si è operato e per i tempi di attuazione: Bilbao e la Ruhr.

Bilbao è una città della Spagna di circa 350.000 abitanti, che fin dalla metà del 1800 è stata sede di industrie navali e delle connesse attività portuali ubicate lungo il fiume Nevion. A partire dalla metà degli anni ‘70 del Novecento il completo rivolgimento dei circuiti produttivi e dei flussi di trasporto via mare ha reso marginali il porto e le connesse attività, che sono state progressivamente dismesse facendo diventare in breve tempo Bilbao una città caratterizzata dal crollo della produzione, da alti tassi di disoccupazione, da un tessuto edilizio degradato e da gravi problemi di inquinamento ambientale.

La complessità della situazione era tale che sembrava impossibile venirne a capo, ma all’inizio degli anni ’90 l’incontro tra amministrazioni pubbliche locali, regionali e nazionali, imprenditori capaci e non solo speculatori, professionisti di vari settori, istituti finanziari, dipartimenti universitari, ha avviato un programma di azioni sul territorio finalizzato a costruire per Bilbao una nuova dimensione post-industriale. L’Associazione pubblico-privata Bilbao Metropoli 30 (1991) ha assunto il compito di sviluppare ricerche ed elaborare progetti finalizzati alla rigenerazione della città, mentre la Società pubblica Bilbao Ria 2000 (1992) finanziata per il 50% dal Governo centrale e per il 50% dal Governo basco, ha assunto il compito di realizzare i progetti urbanistici e architettonici via via elaborati.

Con questa visione strategica e con gli strumenti messi a punto a Bilbao “si è lavorato alla bonifica delle aree dismesse, alla delocalizzazione dell’area industriale, alla riqualificazione del porto, alla valorizzazione del fiume, al recupero dei quartieri degradati, al disinquinamento e alla gestione dei rifiuti e sono stati progettati e realizzati interventi di straordinaria importanza come la nuova metropolitana ad energia verde, un nuovo aeroporto, una rete tramviaria (Euskotran) efficiente ed ecologica, nuovi ponti tra i fronti urbani che affacciano sulle rive del Nevion, oltra al Museo Guggenheim di Frank Ghery, sicuramente l’opera più rappresentativa dell’intero processo di rigenerazione della città, che con il flusso dei visitatori che ha attivato ha ripagato in un solo anno l’intera spesa per la sua realizzazione”.

Un percorso analogo è stato praticato in un territorio affatto diverso come la Ruhr, un’area di  4.500 Kmq e 5.0 milioni di abitanti con importanti città come Bochum, Dortmund e Duisburg, dove fin dalla metà del 1800 si era sviluppata una delle più importanti aree industriali d’Europa specializzata nei settori minerario e siderurgico. Lì ancora alla fine degli anni Cinquanta del Novecento venivano estratte circa 120 milioni di tonnellate di carbone all’anno, ma a seguito della crisi che aveva investito il settore a partire dagli anni settanta – e anche di alcune scelte politiche in materia energetica operate in Germania – in tutta l’area si era determinata una situazione di caduta verticale della produzione industriale con pesanti conseguenze sul piano occupazionale ed economico, a cui si accompagnava un pesante lascito in materia di degrado ambientale la cui punta emergente era il fiume Escher con un inquinamento che appariva irreversibile.

Ma all’inizio degli anni ‘90, su impulso del Land Rhein-Westfalia, viene messo a punto un ambizioso progetto di rigenerazione gestito da una società – la IBA Emscher Park – in cui erano rappresentati tutti i 17 Comuni dell’area, oltre ad associazioni ambientaliste, sindacati, architetti, ingegneri, economisti e imprese che, nell’arco di dieci anni, ha realizzato oltre cento progetti finanziati per il 40% da privati e il 60% da Stato, Regione e Comuni, con una forte componente di fondi europei. Tra questi: il risanamento idrologico e la creazione del Parco Paesaggistico del fiume Emscher; la riconversione funzionale delle miniere e dei manufatti industriali, tra cui quella particolarmente significativa della miniera Zollverein; la realizzazione di infrastrutture e attrezzature di servizio e di housing sociale. A seguito di questo virtuoso processo di rigenerazione, nel 2010 la Metropoli della Ruhr è stata indicata come Capitale Europea della Cultura.

Le esperienze negative

E’ quanto si sarebbe potuto fare in situazioni similari in Italia: nell’area del siderurgico di Bagnoli, dismesso dal 1992; nelle acciaierie di Piombino, in crisi dagli anni ’80; nella Montedison di Crotone, chiusa nel 1999, per dire delle più eclatanti e nel solo settore industriale. Tutte realtà nelle quali l’incapacità di avviare processi di rigenerazione urbana e ambientale, ha creato situazioni di collasso economico, di perdita di occupazione, di disagio sociale e di degrado ambientale.

Potrei facilmente argomentare che le cause di questi fallimenti vanno ricercate nella ben nota incapacità delle amministrazioni pubbliche di utilizzare in modo adeguato le risorse dei fondi comunitari, o nella scarsa propensione del mondo imprenditoriale ad uscire dal ristretto dei suoi interessi e farsi carico di problemi di portata sociale, o nel venir meno di valori etici all’interno del mondo delle professioni. E sarebbero tutti argomenti validi per spiegare per quale motivo nel nostro Paese non si riescano a fare cose che altrove si fanno abitualmente e con modalità consolidate.

Tuttavia ritengo vi sia una causa di altra natura alla base di questa manifesta incapacità ed è la mancata affermazione di una “cultura della rigenerazione urbana” che vada a sostituire la “cultura della espansione urbana” sulla quale, a partire dalla metà del secolo scorso, si sono basati nel nostro Paese i processi di governo della città.

E’ una cultura che deve affermarsi e diventare pervasiva anzitutto all’interno delle amministrazioni pubbliche a tutti i livelli – Stato, Regioni, Province, Comuni – ma anche nel mondo delle imprese, a partire da quelle del settore delle costruzioni, e in quello delle professioni, a partire da architetti, ingegneri e urbanisti che sembrano aver smarrito in senso originario del “fare urbanistica” e, più diffusamente, tra i cittadini che in quei luoghi e in quelle situazioni vivono.

Fino a quando ciò non avverrà non potremo vedere, come è avvenuto nelle esperienze richiamate, un protagonismo delle pubbliche amministrazioni, una disponibilità delle imprese a compenetrarsi nelle tematiche sociali, una capacità di progettare città, territori e ambienti di vita nell’interesse delle comunità e secondo canoni che siano al contempo di efficienza, di bellezza e di equità.

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