L’appunto 21 del libro incompiuto di Pierpaolo Pasolini, “Petrolio”, è intitolato “Lampi sull’Eni”. Oltre al nome, nel capitolo non c’è scritto nulla. Ed è uno dei tanti misteri che punteggiano la complicata storia dell’attentato e della morte di Enrico Mattei, uno dei principali protagonisti della rinascita dell’economia italiana nel secondo dopoguerra: comandante partigiano, imprenditore pubblico coraggioso, fondatore dell’Ente Nazionale Idrocarburi, la vera plancia di comando della politica energetica nazionale.
Dal nome di questo capitolo senza parole del libro di Pasolini, prende anche il titolo il libro di Vincenzo Calia e Giuseppe Oddo, “Lampi sull’Eni, Il piano per eliminare Mattei”. Prima di arrivare alla ipotesi che gli autori prendono in considerazione per attribuire la paternità dell’attentato, il libro è innanzitutto un grande affresco sulla vicenda energetica nazionale, sullo sfondo della nostra politica estera, oltre che sulle scelte istituzionali che caratterizzano i primi due decenni dalla fine della Seconda guerra mondiale fino al miracolo economico.
Inizia con il delitto Mattei quell’inquinamento della classe politica nazionale che poi condurrà il Paese al declino nazionale nei decenni successivi. Eugenio Cefis, successore di Mattei dopo la sua morte è protagonista dei lampi sulla P2, cominciano a disegnare quell’intreccio tra grande capitale, obiettivo di verticalizzazione delle istituzioni e destabilizzazione costante della vita sociale, attraverso azioni destinate a tentare di sovvertire l’ordine democratico. A Cefis è attribuita la fondazione della loggia segreta e deviata poi passata nella titolarità di Licio Gelli ed Umberto Ortolani.
La morte violenta del Presidente dell’Eni fu un atto di destabilizzazione, così come accadde poi con l’assassinio politico di Aldo Moro: tra questi due omicidi si colloca la crisi delle istituzioni repubblicane uscite dalla Resistenza. Resterà poi ancora il testo costituzionale, peraltro oggetto di molteplici – e per ora non fruttuosi – attacchi eversivi. Ma, con la morte di Mattei, lo spirito delle istituzioni cambiò, verso una impostazione sempre meno autonoma rispetto alle configurazioni rigidamente atlantiche, se si eccettua l’episodio di Sigonella.
Cominciava ad emergere un conflitto tra il dovere di fedeltà alla Costituzione ed il dovere di obbedienza alla Nato. Nella DC solo De Gasperi ebbe il coraggio di opporre un rifiuto alle potenze vincitrici, sostenendo con Vanoni e Mattei la nascita dell’Eni, nonostante le pressioni delle sette sorelle petrolifere per farlo desistere.
Nel 1986 il Presidente del Senato Amintore Fanfani dichiarò, nel corso di un raduno di partigiani cattolici a Salsomaggiore: “Chissà, forse l’abbattimento dell’aereo di Mattei più di venti anni fa è stato il primo gesto terroristico nel nostro Paese, il primo atto della piaga che ci perseguita”. Non considero un caso che lo stesso Fanfani avesse preteso, il giorno dell’assassinio di Moro, la convocazione, tanto invocata dal Presidente della DC, della Direzione Nazionale,
Sul fronte delle risorse energetiche, comandava nel mondo un cartello di monopolisti angloamericani. Alla fine degli anni Cinquanta, nel rapporto del segretariato della Commissione Europea sul prezzo mondiale del petrolio, questo monopolio ristretto di società ricavava “dalle sue vendite nel Vecchio continente un profitto netto valutabile praticamente al 400% dei suoi costi di produzione”.
La conquista di spazi di autonomia e di libertà nelle scelte energetiche consentì a Mattei ed all’Italia di offrire al sistema produttivo nazionale risorse petrolifere e metanifere a buon mercato, accelerando la ripresa industriale e la competitività del nostro apparato manifatturiero.
Non è un caso che alla morte di Mattei le prime decisioni che furono assunte da Cefis riguardano la sottoscrizione di un accordo per l’acquisto di greggio dalla Esso, cedendo anche alla multinazionale americana tutte le attività Eni in Gran Bretagna. D’altra parte, l’Eni, sotto la direzione di Cefis, rinunciò immediatamente a sottoscrivere convenienti accordi con il governo algerino per lo sfruttamento delle concessioni petrolifere che Mattei aveva trattato proprio nella fase immediatamente precedente alla sua morte,
I depistaggi furono la natura essenziale della storia immediatamente successiva all’attentato di Bescapè. Sin dai primi minuti successivi alla collisione, si dispiegò un apparato di ipotesi prive di fondamento per far affermare la tesi della disgrazia episodica, dettata dalle cattive condizioni climatiche e dalla imperizia del pilota nelle manovre di emergenza. Venne sacralizzata la tesi della concomitanza di più fattori di natura tecnica e psicofisica, che condussero alla archiviazione delle indagini penali.
Successivamente è stato dimostrato che l’esposizione a effetto limitato consentì invece ai mandanti ed agli esecutori dell’omicidio di assicurarsi l’impunità a vita grazie alle connivenze e ai depistaggi e di accreditare la tesi dell’incidente. Più ci si inoltra nello studio delle carte giudiziarie e di archivio, più è lampante che la versione ufficiale resse con i depistaggi e le connivenze degli ambienti militari, politico-istituzionali e industriali, con l’atteggiamento ossequioso di certa magistratura e di certi mezzi dell’informazione verso il potere.
Gli autori della ricerca storica, una vera e propria indagine sulle malefatte della Repubblica più che solo sull’assassinio di Mattei, individuano nella posta francese ed algerina la miccia che determina l’innesco dell’omicidio. La principale causa di risentimento dei francesi verso Mattei non era l’appoggio finanziario ed operativo ai rivoltosi che stavano diventando governo dell’Algeria quanto l’assistenza giuridico-legale che l’Eni prestava al governo provvisorio algerino, minando gli interessi delle multinazionali francesi, che speravano di realizzare una trasformazione gattopardesca.
Eugenio Cefis, dopo l’assassinio di Mattei non perde tempo per smantellare la complessa trama che il Presidente dell’Eni aveva costruito con l’obiettivo di assegnare all’Italia un ruolo di primo piano per lo sfruttamento delle materie prime nel Sahara algerino. Sono le grandi multinazionali internazionali che tirano un sospiro di sollievo per il ritiro dell’Eni da questo strategico teatro delle operazioni.
Sono molte le morti che si collegano all’assassinio di Mattei, come in ogni grande mistero che si rispetti. In Italia muore il giornalista De Mauro, incaricato dal regista Francesco Rosi di condurre una inchiesta indipendente sulla morte del Presidente dell’Eni, in vista della realizzazione del film Il caso Mattei, interpretato da Gian Maria Volontè.
Ma non finisce lì, e non è solo una vicenda nazionale. Ai servizi segreti francesi sono attribuiti in quel periodo due altri omicidi eccellenti: quello del sindaco di Evian, Camille Blanc, e quello del segretario generale delle Nazioni Unite, Dag Hammarskjold. In entrambi i casi, come in quello di Mattei, ricevono lettere di minacce a breve distanza dagli attentati che sanciranno la loro morte, come accade anche ad Enrico Mattei. Tutte le lettere dell’OAS sono scritte con la stessa macchina da scrivere. Anche in questo caso il parallelo con i comunicati delle BR durante il rapimento di Moro è particolarmente interessante.
Nel caso del Presidente dell’Eni, i Francesi furono i mandati dell’omicidio, mentre gli Italiani si occuparono dei depistaggi. Gi altri nemici, che pure Mattei aveva ancora, sapevano che la DC aveva deciso di non rinnovare il mandato al Presidente dell’Eni; dopo cinque mesi il grande nemico avrebbe finito la corsa. L’Eni avrebbe avuto un altro Presidente in ogni caso. Aldo Moro lo aveva annunciato ad Enrico Mattei con una lettera che lasciava palesare rischi di attentati che non erano nell’interesse dell’Italia.
Occorreva agli interessi francesi che cambiasse rapidamente la piattaforma delle interlocuzioni in Italia. Con gli americani, Enrico Mattei, grazie anche alla nuova presidenza Kennedy, stava trovando un punto di accordo. Un intreccio tra interessi italiani ed interessi francesi voleva la morte di Enrico Mattei. E soprattutto questo asse era interessato a creare una rete segreta di convergenze economiche tra blocchi forti dei due paesi. I poteri transatlantici stavano per diventare anche transalpini.
