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Le elezioni in Svezia

by Giulio Espero

Domenica nove settembre in Svezia si sono tenute le ultime elezioni politiche in un Paese dell’Unione prima delle elezioni europee del maggio 2019. Stando ai risultati pubblicati in rete la coalizione di centro destra (Moderati, Partito di Centro, Cristiano Democratici e Liberali) con 143 seggi sarebbe davanti all’alleanza Socialdemocratici-Verdi che ha governato nella scorsa legislatura e che non vanno oltre i 126 seggi.

Fa rumore l’affermazione del partito di estrema destra sovranista Democratici Svedesi che con il 17,6% conquista ben 62 seggi e di fatto diventa il vero ago della bilancia per l’eventuale formazione di un nuovo governo. Considerato infatti che al RIKSDAG vengono eletti 349 parlamentari, la soglia di 175 parlamentari non viene raggiunta da nessun partito o alleanza politica. Tutti gli analisti concordano però sul fatto che sarà molto difficile trovare i numeri necessari nel parlamento svedese, soprattutto per il gioco dei veti incrociati tra le varie anime della sinistra, tant’è che, in vista di un inevitabile impasse, i socialdemocratici avrebbero lanciato un appello, piuttosto che al naturale alleato Partito della Sinistra – 7,9% (28 seggi), ai centristi per unirsi contro i “nazisti” dei Democratici Svedesi.

Senza impelagarci in analisi sociopolitiche di scala europea, ci pare interessante volgere l’attenzione all’ennesima affermazione sovranista anche nel cuore più sviluppato e socialmente avanzato della cara vecchia Europa, ritrovandovi di fatto specchiate delle circostanze che riguardano anche la nostra realtà, nazionale e regionale.

Affermazione delle istanze regionali e sovraniste, anche in questo caso, che non avvengono, come sarebbe logico aspettarsi, a detrimento delle formazioni politiche conservatrici magari giudicate molli e poco efficaci nella difesa degli interessi nazionali, ma drenando l’elettorato tradizionalmente socialdemocratico, probabilmente confuso e spaventato proprio dal progressivo diminuire delle tutele sociali cui è stato storicamente abituato.

Matura sempre più fortemente la convinzione che il depauperamento del concetto di sovranità nazionale, dovuto alle politiche comunitarie percepite come esclusivamente monetarie, unitamente al continuo e notevole afflusso di immigrati islamici e africani cui l’evoluta socialdemocrazia scandinava ha storicamente assicurato accoglienza, lavoro, scuola e sanità, stiano di fatto minando alla base l’essenza stessa del significato di cittadino europeo.

Quasi tutte le compagini politiche di centro sinistra europee hanno largamente sottovalutato, come noto, il fenomeno, appellandosi a concetti, ritenuti vaghi e incomprensibili dalla maggioranza degli elettori, come solidarietà e dovere morale verso i popoli meno sviluppati. Il mantra costantemente predicato è stato: siamo noi occidentali col nostro capitalismo ed il nostro imperialismo economico in ultima analisi la causa del malessere di questi poveracci e pertanto siamo moralmente obbligati ad accoglierli in casa nostra.

Sebbene il contesto scandinavo sia profondamente diverso dal nostro e sebbene la Svezia non abbia fatto mai apertamente i conti, come la Germania, l’Italia, la Francia e la Spagna, con un recente passato di connivenza e vicinanza, durante gli anni 30 e 40 del secolo scorso, col regime nazista tedesco, alcune dinamiche politiche ci riguardano inevitabilmente da vicino.

Sia chiaro, la socialdemocrazia in Svezia con tutto il suo apparato assistenziale evoluto e progressista, a differenza che da noi, è ben lungi dal morire. L’affermazione di Jimmie Akesson, leader dei sovranisti, è buona ma non eccezionale, la margherita gialloblù simbolo dei sovranisti dovrà essere ancora sfogliata per un po’, ma il segnale c’è stato e va adeguatamente considerato. Resta l’impressione che anche nel profondo nord dell’Europa i concetti di solidarietà e assistenza verso gli ultimi siano appannaggio di una minoranza benestante che materialmente se lo può permettere, mentre il popolo dei precari, degli esodati, di chi abita le periferie ormai islamizzate, si ritiene in pericolo e cerca di difendere il proprio status innalzando barriere e segnando marcatamente tutti i confini, fisici e sociali.

Tralasciando le questioni religiose, che hanno un arco temporale troppo grande e complesso per essere qui contemplato, senza cadere nel pacchiano errore di liquidare i sovranisti solo come dei meschini egoisti, registriamo l’avanzare anche da noi, di una profonda inquietudine che ha colpito l’uomo occidentale che si sente smarrito di fronte alla storia che presenta il conto, di fronte ad un Europa delle banche centrali e non dei popoli e che trova nello straniero il nemico e nella patria, qualunque cosa significhi, la sicurezza.

Abbiamo approfittato delle elezioni svedesi per rileggere qualche passo di Henning Mankell, cantore della Svezia moderna, morto qualche anno fa.

L’autore della fortunata serie del commissario Wallander che anche in Italia ha riscosso un discreto successo, vuoi per la serie tv interpretata da Kenneth Branagh, ha costantemente ricamato le sue trame poliziesche girando, neppure tanto velatamente, intorno al tema dell’inquietudine dell’europeo moderno. Anche L’uomo Inquieto, ultimo romanzo della serie, in fondo si fa sempre la stessa domanda: …che cosa è successo negli anni Novanta allo Stato di diritto? Come può sopravvivere la democrazia se il fondamento dello Stato di diritto non è più intatto? La democrazia ha un prezzo che un giorno sarà considerato troppo alto e che non vale più la pena pagare?…

di Giulio Espero

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