Dopo la nostra corrispondenza dal Texas della settimana scorsa sulle primarie in corso negli USA, alcuni tra i pochi nostri fedeli lettori ci hanno scritto: dunque Trump è ancora forte, nonostante i tanti pasticci che combina giorno dopo giorno? La mia valutazione è sì.
Diciamo subito – e così ci togliamo il pensiero – che i temi della politica estera, tanto rilevanti nelle nostre scelte elettorali, qui interessano molto poco al grosso degli elettori; i quali di per sé sono una minoranza degli aventi diritto. L’astensionismo qui è prassi consolidata. La gente sta bene, non ha bisogno della politica, né cerca da essa soluzione ai propri problemi personali. Piuttosto è l’immigrazione l’argomento clou del dibattito politico, seguito a ruota dall’inflazione, dal carovita e dalla sanità.
Dunque, le primarie in corso di svolgimento adesso negli USA sono finalizzate a individuare i candidati al Senato e alla Camera dei Rappresentanti alle elezioni di Midterm del 3 novembre. Sia nel campo Dem che in quello Rep. Oltre che a scegliere, per entrambi gli schieramenti, i candidati per la carica di Procuratore Generale dei vari Stati e per altri posti di potere. L’altro ieri, col voto in Texas, le primarie si sono in gran parte concluse.
L’attenzione principale era rivolta al campo repubblicano, decisivo per gli equilibri nel Congresso. Mi spiego. Già da ora alcune scelte estreme di Trump – e qualche suo infantile capriccio narcisistico – sono state fermate grazie al voto di pochi parlamentari Rep che si sono uniti ai Dem contro i desiderata del tycoon. Il quale intanto è minacciato di impeachment per insider trading, violazione della costituzione, abusi su ragazze minorenni ed altri presunti reati. Qualora perdesse a novembre il controllo del Senato e della Camera sarebbe dura per lui evitare quanto meno l’avvio del procedimento. Vuole e deve quindi controllare la fedeltà personale verso di lui di ogni singolo candidato alle elezioni di novembre. Così in molti Stati si sono scontrati Rep taleban-trumpiani e Rep moderati, vicini a Nikki Haley. Nel Kentucky, ad esempio, il duello è stato tra il trumpiano Ed Gallrein e Thomas Massie, che aveva votato per il riconoscimento dei risultati delle elezioni che avevano portato Joe Biden alla Casa Bianca e poi aveva contestato la decisione del tycoon di portare guerra all’Iran senza un preliminare passaggio parlamentare. Il risultato è stato inappellabile: 54% per Gallrein.
Il Presidente sta investendo vagonate di milioni di dollari per sostenere i suoi candidati. E questi, ad oggi, hanno vinto dappertutto. Solo in Vermont l’ha spuntata un repubblicano vicino ad Haley.
Tra i Dem specularmente hanno vinto in maggioranza i candidati vicini a Biden, pur se in un quadro meno granitico di quello Rep.
In Texas, dove ci troviamo, le primarie si sono concluse l’altro ieri, 26 maggio. Anche qui ha trionfato il candidato sostenuto da Trump, Ken Paxton, che sfidava il senatore uscente John Cornyn, ‘l’ultimo dei repubblicani gentiluomini’, secondo la definizione di Kavla Kuo autorevole columnist texana.
Cornyn, ex giudice della Corte Suprema statale, Procuratore generale del Texas e Senatore degli Stati Uniti per quattro mandati, era rimasto fedele al Partito Repubblicano durante la sua evoluzione dal partito di Bush al movimento del Tea Party e infine al dominio di Trump.
Un tempo veniva elogiato per la sua capacità nel fare approvare bipartisan leggi difficili. Una su tutte. Il 2022 fu segnato dalla sparatoria nella Robb Elementary School di Uvalde, al confine col Messico. 22 morti, di cui 19 bambini e una sciagurata, colpevole condotta delle forze dell’ordine texane. Lui, allora il senatore più anziano del Texas, convinse 14 senatori del suo partito a opporsi alla National Rifle Association (NRA, potente lobby legata ai mercanti di armi, tradizionale sostenitrice dei repubblicani) e a unirsi a lui nell’approvazione assieme ai democratici della legge sulla sicurezza delle armi. La più importante sull’argomento degli ultimi decenni negli USA.
“Questo provvedimento era di fondamentale importanza per il Paese in un momento in cui le opinioni sono così polarizzate e le persone sono così intolleranti verso chi ha punti di vista diversi”, dichiarò il ‘repubblicano gentiluomo’ dopo l’approvazione. Ma fu rivolta nel mondo MAGA.
Quello stesso anno fu fischiato sonoramente alla convention del Partito Repubblicano del Texas. Donald Trump in persona lo etichettò come un pusillanime, repubblicano solo di nome, proprio per aver ricercato l’accordo bipartisan. Ma la colpa più grave di Cornyn agli occhi di Donald Trump è stata l’aver votato in Senato per la certificazione dei risultati delle politiche del 2020, che avevano visto vincere Biden; e nell’aver poi votato per il perseguimento giudiziario dei sovversivi di Capitol Hill nel gennaio del 2021. Conseguenza: martedì scorso Cornyn ha perso le sue prime elezioni da quarant’anni a questa parte.
Per i democratici, in caso di pareggio a novembre, non ci sarà dunque da sperare nel possibile dialogo con singoli senatori rep. Gli eletti dell’elefantino saranno quasi tutti allineati e coperti su Trump. L’unica chance per i democratici sarà di vincere quante più sfide dirette Dem V/s Rep. Tutto sommato un’impresa non impossibile. I Rep di Haley, pur sconfitti alle primarie, rappresentano comunque il 35% circa del voto repubblicano. Se volessero prendersi la rivincita potrebbero dare indicazione di votare per i candidati dem. Di passaggi di campo, di voti sottobanco agli avversari e di voti ‘disgiunti’ è piena la storia delle democrazie. Ne sappiamo qualcosa noi italiani…
