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L’inconsistenza delle opposizioni

by Luigi Gravagnuolo

 

Per l’Italia e finanche per lo stesso governo lo stato di confusione in cui navigano le opposizioni parlamentari non è un bene, tutt’altro.

Se paragonassimo la democrazia – tutte le democrazie, non solo quella italiana – ad un edificio, riconosceremmo facilmente i quattro pilastri d’angolo, quelli grazie ai quali si regge la sua struttura istituzionale: il potere legislativo, quello giudiziario, quello esecutivo politico ed il potere esecutivo gestionale o burocratico. Dunque il potere legislativo, quello giudiziario, il governo e la struttura burocratica dello Stato, ciascuno distinto ed indipendente dall’altro, ma non separato, costituiscono la struttura portante della democrazia. Se, invece che distinzione, ci fosse separazione tra i quattro poteri non ci sarebbe edificio, solo quattro pilastri piantati in terra.

I solai e le travi di congiunzione tra i quattro pilastri della democrazia hanno un sottofondo comune, la libertà. Poi su questo sottofondo si posizionano diverse pavimentazioni, a seconda dei gusti e delle risorse economiche del possessore dell’edificio, ma senza il sottofondo della libertà non può esserci democrazia. Libertà di parola e di espressione, di culto, di impresa, dei costumi, delle proprie scelte sessuali, di organizzazione e di associazione. Libertà che trova il limite nel rispetto degli altri: la mia libera scelta sessuale non mi autorizza a stuprare altre persone, la mia libertà di culto non mi autorizza a decapitare un’altra persona che ai miei occhi appaia blasfema, la mia libertà di organizzazione non mi autorizza ad organizzarmi a fini eversivi o criminali, la mia libertà d’impresa non mi autorizza a violare gli accordi sindacali o quelli che regolano la concorrenza. In poche parole, la democrazia non è tale se non contempla la libertà dei cittadini, ma quest’ultima va temperata e moderata dalla giustizia e dal rispetto dei diritti individuali e collettivi degli altri. Lo spirito della nostra Costituzione repubblicana è tutto qua.

Per restare in metafora, veniamo ora alla pavimentazione. Sul piano politico non può dirsi pienamente democratico un Paese in cui non si sviluppi una dialettica, anche conflittuale quando le circostanze lo richiedano, tra maggioranza ed opposizione o opposizioni. Sotto questo rispetto, guardando all’Italia di oggi, la nostra democrazia appare come appassita. Non però a causa del mancato rispetto delle prerogative delle opposizioni da parte della maggioranza, bensì per la loro inconsistenza.

In verità, e a dirla tutta, non è neanche facile oggi il mestiere dell’oppositore. Non siamo più nel Novecento, ai tempi in cui si scontravano cinque visioni organiche della società, tra loro incompatibili, o quanto meno difficilmente componibili. Due totalitarie, sia pure di segno e radicamento sociale diametralmente opposte, il fascismo e il comunismo. Altre tre ‘democratiche’, intendendo con questo termine il riconoscimento della democrazia parlamentare: il liberalismo, il popolarismo cattolico e il socialismo. Intorno a queste visioni si coagulavano le forze politiche, grandi o piccole che fossero, ciascuna delle quali era convinta di possedere la verità e di stare dalla parte del bene. Era perciò semplice scandire le proprie posizioni politiche a seconda della distanza o vicinanza rispetto alla propria collocazione ideale.

Oggi non è più così. Lasciando da parte, nel nostro ragionamento, il fenomeno del populismo epistemologico – quello per il quale non c’è verità che tenga, meno che mai quelle della scienza, per cui il popolo può decidere se il covid c’è o non c’è e se la terra è piatta o sferica – gli Italiani di buon senso, cioè la stragrande maggioranza, grosso modo convergono su una comune visione della società che potremmo definire social-liberale. Con accenti diversi dalla Meloni a Letta e a Conte, passando per Calenda e Renzi, nessuno mette in discussione i valori fondanti della nostra costituzione. Il che è in assoluto un bene per la nostra democrazia, solo che, in assenza delle ideologie, complica la vita a chi non governa.

Capita che una persona di sinistra, come me, si trovi in totale sintonia con la premier di destra sull’Ucraina, o sul sistema elettorale con doppio turno e scelta diretta del capo dell’esecutivo – il Sindaco d’Italia per intenderci – mentre si trova in disaccordo con il pacifismo prono alla barbarie degli invasori putiniani così diffuso nella sinistra. Per altro verso si trova in sintonia con il centro cattolico e con la sinistra sui migranti e sull’accoglienza, quindi in radicale dissenso con le politiche dei respingimenti della destra. Così sulla giustizia, si ritrova piuttosto sulle posizioni del ministro guardasigilli Carlo Nordio che non col giustizialismo pentastellato; mentre sul reddito di cittadinanza, pur condividendo la necessità di correttivi, gli pare giusta la difesa che ne fa il Movimento Cinquestelle e socialmente grave ogni velleità di sua abrogazione, peraltro abbinata ad una campagna di criminalizzazione dei suoi percettori, figurati come tutti fannulloni se non delinquenti.

Insomma, ognuno di noi si posiziona sulle singole questioni dell’agenda politica in modo personale, non trovando in campo un’offerta politica partitica condivisibile in comune con altri, se non in toto, quanto meno nelle sue grandi linee. Un partito però non si tiene insieme raccattando argomento per argomento dei consensi estemporanei e questa è una grande difficoltà per chi non governa: se contrasta la politica estera del governo perde una quota di consensi, se non la contrasta ne perde un’altra. Così per ogni scelta da farsi. Per chi governa è diverso, affronta i problemi del Paese e cerca di risolverli; in qualche modo la sua ideologia diventa la permanenza nel proprio ruolo.

La psicologia politica è banale: la maggioranza porta avanti un suo progetto e lo difende chiudendosi alle critiche dell’opposizione, da essa pregiudizialmente considerate sempre strumentali; l’opposizione invece va avanti col tanto peggio tanto meglio, se le cose andassero bene per il Paese non avrebbe speranza di ribaltare i rapporti di forza, quindi comincia a raccontare di errori e disastri compiuti da chi governa, per passare poi presto ad impegnarsi attivamente perché le cose vadano realmente male, di modo che tra la gente possa farsi strada il desiderio di cambiare governo.

È un gioco delle parti deleterio per il Paese e per la democrazia in sé. La maggioranza si chiude in se stessa, comincia a infastidirsi del confronto, a insospettirsi dei distinguo che un po’ alla volta emergono nel suo stesso seno, a restringersi progressivamente in circoli sempre più angusti fino a perdere il contatto col Paese. L’opposizione per parte sua va avanti con la critica sistematica ed ‘a prescindere’ di tutto quello che fa la maggioranza e finisce per figurarsi un Paese irreale, più rispondente ai suoi desideri che allo stato effettuale delle cose.

Eppure l’opposizione, un’opposizione che funzioni, sarebbe preziosa per qualsiasi maggioranza. Chi sta all’opposizione, proprio per quell’attitudine a scovare tutte le pecche dell’azione di governo, non raramente coglie negli atti della maggioranza lacune, errori, coperture di interessi perversi, che magari sfuggono a chi ha i prosciutti davanti agli occhi. Una maggioranza sicura di sé avrebbe tutto da guadagnare dall’ascolto attento delle ragioni dell’opposizione, ma ciò è raro e, quando non accade, l’edificio della democrazia scricchiola. Potrebbe dirsi che il primo indice dell’inizio della crisi di una maggioranza sia proprio la sua chiusura al confronto.

L’Italia di oggi è grosso modo questa. La maggioranza per ora appare solida e anche coesa al suo interno, al netto delle inevitabili fibrillazioni, ma comincia a dare segnali sempre più frequenti di insofferenza al confronto e di indisponibilità al dialogo con l’opposizione. Quest’ultima oscilla tra il centro di Calenda e Renzi che cerca di orientarsi sui singoli temi, aprendosi o chiudendosi al confronto con la maggioranza volta per volta, il populismo di Conte che fa del dire no a tutto la sua unica bussola politica, ed i dubbi amletici del Pd.

Così lo scotto lo paga il Paese, sciolga dunque e presto le sue incertezze il campo dell’opposizione e trovi l’intesa per condurre in modo coordinato la sua battaglia politica. Se non lo fa, e non lo fa in tempi ragionevoli, l’Italia resterà senza un’alternativa plausibile all’attuale governo e là dove non c’è la chance di un’alternanza si inaridisce la vita democratica.

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