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Memoria napoletana

by Piera De Prosperis

Ma nella Napoli del 1931, di struggente e malinconica bellezza, dove opera il Commissario Ricciardi, il personaggio dei romanzi di De Giovanni che abbiamo da poco visto in tv, gli ebrei c’erano? dove abitavano? che rapporto avevano con i gentili? Nella Napoli crepuscolare della fiction vi sono solo echi edulcorati della dittatura, l’intento narrativo è diverso, ma la comunità ebraica nella Napoli del 1931 c’era eccome. Radicata sul territorio napoletano fin dal V sec. e attivamente partecipe dell’economia. Il suo rapporto con i sovrani di Napoli fu molto alterno. Federico II nel 1231 chiamava gli ebrei servi nostrae camerae, in linea con l’atteggiamento tollerante del sovrano normanno-svevo, ma già con gli Angioini nel 1288, a seguito della predicazione domenicana, furono espulsi. Le cose non andarono bene né con gli aragonesi né con tutte le altre successive dominazioni, affiancate dal forte controllo della Chiesa di Roma. I Borbone furono legati per circa 40 anni al banchiere Rothschild che, con i suoi prestiti, consentì il ritorno a Napoli di Ferdinando. Innamorato della città, il barone comprò dalla famiglia Acton la villa Pignatelli, che alla caduta dei Borbone fu acquistata dal duca di Monteleone Aragona Pignatelli Cortes. Fu a Rothschild che si deve l’acquisto dei locali in vico Santa Maria a Cappella Vecchia che divennero poi l’attuale Sinagoga di Napoli, anche se nei secoli ce n’erano state altre poi distrutte o trasformate in chiese cristiane.

Nel Novecento la comunità contava circa mille ebrei, nel 1942 vi fu il confinamento di varie famiglie in comuni limitrofi e la loro lenta e graduale dispersione. Alla fine della guerra gli ebrei erano circa cinquecento. Quindi anche Napoli, ovviamente, non fu esente da atteggiamenti razzisti, in linea con le disposizioni fasciste. Addolora soprattutto la vicenda di Sergio De Simone. Il bambino napoletano, originario del Vomero, fu l’unico italiano sottoposto a sperimentazione medica in un campo di concentramento nazista. Il bimbo di appena 8 anni fu prima trattato come una cavia umana e poi ammazzato insieme ad altri 19 compagni di età simile. Abbiamo insomma un tristissimo primato.

I luoghi di Napoli che nel tempo sono stati abitati dalle comunità ebraiche non esistono più nella toponomastica. C’era, nel XVI sec, una Giudecca vecchia nei pressi di Forcella per distinguerla dalla Giudecca nuova nella zona di piazza Portanova e della chiesa di San Marcellino, dove la comunità era dedita alla lavorazione dei tessuti che era un loro monopolio. Lungo il Decumano maggiore nel centro storico, l’attuale vico Limoncello era denominato vicus judeorum.

In seguito ad espulsioni volute dai sovrani Aragonesi nel Cinquecento molti ebrei si stanziarono nei Campi Flegrei, a Bacoli, dove tuttora sono diffusi cognomi di ascendenza ebraica come Guardascione (guarda a Sion) o Salemme (Shalom).

Insomma un legame stretto con gli ebrei che non dimostra però, nella nostra città, un atteggiamento particolarmente accogliente. Non siamo stati sempre la città dal grande cuore, tollerante ed aperta. Forse è bene ancora una volta riflettere sugli stereotipi. E’ pericoloso basarsi su di una opinione precostituita, generalizzata e semplicistica. Noi napoletani nel passato non siamo stati diversi dagli altri nell’atteggiamento verso gli ebrei. L’invito del 27 gennaio alla memoria della Shoah è questo: conoscere per non dimenticare l’orrore e non ripeterlo.

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