Ogni epoca ha il suo Ulisse. C’è quello di Dante Alighieri, quello di James Joyce e, oggi, quello di Christopher Nolan. Da settimane viviamo immersi in una bolla in cui sembra non si parli d’altro. A ben vedere, recensioni, polemiche e prese di posizione sul film sono diventate quasi più interessanti del film stesso.
L’Odissea di Nolan è stata probabilmente una delle poche pellicole criticate ancora prima di arrivare nelle sale. È bastato il trailer per scatenare un’ondata di commenti: c’era chi contestava armature ritenute poco accurate dal punto di vista storico, chi trovava che alcuni paesaggi ricordassero più le Highlands scozzesi che il Mediterraneo omerico e chi criticava determinate scelte di casting, come quella di un’Elena di Troia lontana dall’iconografia tradizionale.
Eppure, Christopher Nolan non ha mai nascosto le sue intenzioni. Non voleva realizzare una ricostruzione filologica del poema di Omero, ma offrirne una reinterpretazione contemporanea. Il suo obiettivo era attualizzare il mito di Ulisse, trasformandolo in una riflessione sul nostro tempo più che in una lezione di storia.
Ed è proprio su questo terreno che il film ha colpito nel segno, oltre che al botteghino. In un’epoca dominata dallo streaming domestico e dalla pigrizia del divano, Odissea ha compiuto un piccolo miracolo: riportare il pubblico nelle sale. Ha superato i 650 milioni di dollari d’incasso, trainato anche dagli spettatori under 35, accorsi al cinema con l’entusiasmo riservato ai grandi eventi.
Matt Damon interpreta un Odisseo lontano dall’eroe dell’ingegno celebrato dalla tradizione. Il suo è un uomo consumato da dieci anni di guerra e da altri dieci trascorsi nel disperato tentativo di tornare a casa. Anne Hathaway dà vita a una Penelope meno simbolica e più concreta, mentre Tom Holland costruisce un Telemaco credibile, costretto a diventare adulto nell’assenza del padre. Il cast corale, che comprende anche Robert Pattinson, Lupita Nyong’o, Zendaya e Charlize Theron, contribuisce a dare profondità a un racconto che non vive soltanto di spettacolarità.
Il tema che attraversa l’intero film è naturalmente quello del ritorno. Non soltanto il ritorno geografico a Itaca, ma quello, più complesso, verso la propria identità. L’Ulisse di Nolan non è solo un uomo che cerca la strada di casa: è un guerriero schiacciato dal peso della distruzione a cui ha contribuito in modo definitivo, segnato da ferite interiori che il film racconta con una sensibilità tutta contemporanea. Il suo tormento ricorda ciò che oggi definiremmo un disturbo da stress post-traumatico, un concetto naturalmente estraneo al mondo omerico. Il viaggio diventa così il tentativo di ritrovare un equilibrio dopo la devastazione della guerra, di ricostruire relazioni spezzate e di accettare che il tempo abbia cambiato tutti, compreso chi torna.
Dal punto di vista tecnico, Odissea rappresenta probabilmente il progetto più ambizioso della carriera del regista britannico. È il primo lungometraggio girato interamente con cineprese IMAX, una scelta che trova la sua massima espressione nelle sequenze dedicate al Cavallo di Troia, a Polifemo, a Scilla e agli altri episodi del mito, tra le più spettacolari dell’intero film.
Tuttavia, Nolan evita di trasformare il poema in un semplice blockbuster fantasy. Anche nelle scene più grandiose, la macchina da presa resta sorprendentemente vicina ai personaggi, privilegiando i loro volti, le esitazioni e le ferite interiori rispetto all’imponenza degli scenari. È proprio questa libertà interpretativa ad aver alimentato il dibattito più acceso.
Per una parte della critica, Nolan avrebbe compiuto una vera e propria smitizzazione dell’etica omerica. Il suo Odisseo non è il favorito degli dèi né l’eroe che agisce all’interno di un ordine cosmico governato dal divino, ma un uomo lasciato sostanzialmente solo di fronte alle conseguenze delle proprie scelte. Gli dèi, nell’Odissea di Omero motore invisibile dell’intera vicenda, qui arretrano fino a diventare presenze appena percepibili, quasi metafore della coscienza e del destino. È una scelta che alcuni hanno giudicato una perdita, perché priva il racconto di quella dimensione sacrale che rende il poema qualcosa di più di un semplice romanzo d’avventura.
Altri, invece, vi hanno letto un’operazione culturale intelligente. Nolan non pretende di sostituirsi a Omero, ma invita a tornare a leggerlo. E forse il merito più grande del film è proprio questo: aver riportato l’Odissea al centro della conversazione pubblica mondiale. Milioni di spettatori che non avevano mai aperto il poema, o che lo ricordavano appena dai banchi di scuola, hanno scoperto o riscoperto il viaggio di Ulisse. Sui social si moltiplicano video che spiegano il mito, podcast, confronti con il testo originale e persino gruppi di lettura dedicati ai classici. Se un’opera cinematografica riesce a far nascere il desiderio di leggere un libro scritto quasi tremila anni fa, ha già ottenuto un risultato che va ben oltre il successo commerciale.
Del resto, ogni adattamento importante tradisce inevitabilmente il proprio modello. È accaduto con Shakespeare, con Dante e perfino con la Bibbia quando sono entrati nel cinema. La domanda, allora, non è se Nolan sia stato fedele a Omero, ma se il suo film abbia saputo restituire la forza universale di un mito che continua, da quasi tre millenni, a interrogare ogni generazione. E il fatto stesso che se ne discuta con tanta passione è forse la prova più evidente che Ulisse è un mito ancora vivo.
