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Pandemia atto secondo

by Anna Malinconico
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L’Autrice è sociologa esperta di inclusione e comunicazione istituzionale.

Il progresso di un paese deve essere misurato sulla capacità del suo governo di ridurre la vulnerabilità dei cittadini, non nell’aumentare il possesso dei beni materiali e dei loro consumi. In questi giorni la cosiddetta seconda ondata pandemica, si è presentata a noi offrendo uno scenario completamente diverso dalla prima: allo sgomento, alla paura che ci ha resi, tra marzo ed aprile, cittadini perfetti, silenti, assolutamente disciplinati e ligi al rispetto delle regole del lockdown, si è sostituita una insofferenza collettiva, una indisciplinatezza condivisa, una mentalità oppositiva rispetto alle prescrizioni delle Istituzioni.

In Campania questa trasformazione è stata più evidente che altrove. A marzo scorso, i cittadini si sentivano protetti e ben guidati dall’autorevole governatore che con forza e determinazione ha tenuto alta l’attenzione del mondo intero, ponendosi come modello cui ispirarsi per garantire l’incolumità dei suoi cittadini. Tutti chiusi in casa, ma sui media spopolava l’immagine di una comunità che aveva riscoperto la cucina, il ballo, i canti, le preghiere. Quasi come se l’esigenza di socialità e fratellanza superasse anche le difficoltà di lavoro, di ripresa. Le immagini terrificanti delle bare erano accompagnate da un afflato collettivo, una condivisione necessaria ad esorcizzare la paura della morte ed a rendere collettiva una idea semplice: la fallibilità del genere umano, a prescindere dal colore della pelle, del sesso o del conto in banca. I messaggi del Presidente della Regione, più che quelli del presidente del Consiglio, erano attesi, ascoltati, metabolizzati ed ogni giorno di più generavano ammirazione incondizionata e fiducia.

Dopo pochi mesi, è cambiato tutto in maniera apocalittica. Il virus è ritornato nella nostra vita con la stessa violenza originaria, ma pochi oggi sono disposti a fermarsi, a cedere alle disposizioni che ci vengono date in nome di una incolumità da proteggere. Eppure, mai come ora, il Covid-19 è di prossimità: esiste in ogni paese, dal più grande al più piccolo; non risparmia nessuno, ci accerchia, ma non trova muri. Mi è sempre più chiaro che le due parole che erano emerse come pilastri da portarci in eredità oltre la pandemia, non hanno fatto alcuna breccia nella mentalità collettiva: fiducia e competenza sono oggi concetti svuotati da ogni significato. Fiducia nella competenza di chi aveva il ruolo di assumere decisioni, sulla scorta di un mandato e su conoscenze indispensabili. Di quella fiducia non è rimasto nulla, e si stenta a riconoscere competenze finanche alla comunità scientifica.

Questa è la posizione della umanità che ci fa compagnia in questa seconda, terribile e divisiva ondata pandemica. Divisiva, si, perché se durante la prima è bastata “Abbracciam”, un testo neomelodico, per visualizzare un afflato collettivo, oggi prevale ogni immagine, gesto e parola che divide ed incita alla violenza. Il lavoro non c’era nemmeno allora, ma chiusi in un’unica bolla protettiva, le persone, attonite e speranzose, attendevano la fine, confidando nell’opera di chi governava. Si la fiducia sembrava esserci.

Cosa ha spezzato quell’idillio fra cittadini ed Istituzioni, fra comunità locale e comunità scientifica? L’apertura post lockdown non è sicuramente stata accompagnata in maniera adeguata, da una attenta e capillare campagna di comunicazione, di quelle pensate, non improvvisate, di quelle sudiate ed elaborate per generare consapevolezza e cambio di tendenza. L’apertura si è trasformata in un “liberi tutti”, che ha evidenziato immediatamente la debolezza di quanto si era cercato di costruire nei mesi precedenti. Certo, non sono mancati deboli appelli alla cautela, ma i segnali dati sono stati dissonanti, a cominciare dal bonus vacanze, fino al dibattito sterile ed estenuante sulla scuola, concentrato più sui banchetti a rotelle anziché sull’organico insufficiente, per non parlare della valanga di contributi promessi ed arrivati solo in parte. L’apertura ha subito evidenziato lo scollamento fra paese reale e la sua rappresentanza politica, fra il carceriere ed il carcerato: l’estate e le elezioni hanno concentrato l’attenzione di tutti, come se il virus non esistesse più. Il cittadino medio ha ripreso la sua vita abituale, peggiorata per l’oggettivo depauperamento del Paese, per i ristori non avuti; il politico si è adoperato per non perdere e per aumentare il proprio consenso elettorale, e la strada più semplice è stata quella di chiudere un occhio sui rischi esistenti, senza mettere in campo azioni protettive mirate, ma soprattutto senza lavorare per affrontare i nodi veri di questa seconda ondata pandemica, che, a differenza della prima, non è stata una sorpresa. Così la medicina territoriale, quella di prossimità, non ha subito nessun cambiamento in positivo, nessun investimento necessario è stato fatto in quella direzione, come, d’altra parte, il nodo dei trasporti insufficienti, pur registrando qualche sforzo, è rimasto pressoché inalterato, cosicché oggi, non si registra nessuna volontà a seguire prescrizioni che provengono da una classe politica di cui non ci si fida più. Il paese sta mostrando un’altra faccia, non più quella corale e solidale delle canzoni sui balconi e dell’ ”andrà tutto bene”, ma l’altra guancia, quella del “si salvi chi può”, e sta emergendo quello che a me era già chiaro a marzo: non solo questa esperienza collettiva non ci ha reso migliori, al contrario, ha alimentato egoismi e divisioni e, tra l’altro, non ci ha insegnato nulla, perché non avevamo voglia di imparare.

Soluzioni? Non ne intravedo nell’immediato. Oggi dobbiamo nostro malgrado proteggerci e difenderci dal virus, forse con l’unica arma possibile che è quella dell’isolamento e della “chiusura”. Domani dovremmo finalmente fare scelte serie, non suggerite “dalla pancia”, ma dalla testa, affidando il governo a politici veri, non supponenti o saccenti, ma lungimiranti, in grado di attorniarsi di tecnici capaci. Ma credo e temo che non accadrà.