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Una Pm di Napoli a difesa delle nigeriane sfruttate

by Ugo Cundari
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I territori cambiano per nuove geografie ma spesso cambiano in maniera più profonda quando sono i suoi abitanti, la sua gente, a subire trasformazioni. È il caso di una terra martoriata come quella di Castel Volturno, nel Casertano. Un tempo meta ambita dei napoletani che vi hanno costruito villette eleganti, arrivando poi fino a baia Domizia, poi terra di veleni dominata dalla criminalità. Oggi patria della mafia nigeriana e snodo della tratta delle nigeriane. Ilaria Sasso del Verme, in forza alla Direzione distrettuale antimafia della Procura di Napoli, si occupa anche della tratta delle donne nigeriane, che arrivano nel nostro Paese per poi essere messe in vendita per le strade del Casertano. A gestire il traffico, oltre madame del territorio, la mafia nigeriana, che in alcuni casi sta diventando più potente della camorra.

Dott.ssa Sasso del Verme, che proporzioni ha assunto il fenomeno della tratta?

Con l’aumentare dei flussi migratori è aumentato in modo esponenziale. Sempre più spesso infatti le persone che cercano di scappare da situazioni di vita insostenibili nel loro paese di origine, pur di raggiungere l’Europa si affidano alle organizzazioni criminali che ne organizzano il viaggio per poi vincolarle a situazioni di sfruttamento una volta giunte in Europa. L’Italia è particolarmente interessata dal fenomeno della tratta per la sua collocazione territoriale in prossimità dei luoghi di provenienza delle vittime: è non solo un paese di destinazione ma anche un paese di transito delle rotte delle vittime di tratta.

Quante organizzazioni criminali sono coinvolte?

Non è facile stabilirlo, sono reti criminali internazionali presenti in Italia e all’estero. Generalmente i capi di queste organizzazioni criminali rimangono in Patria o comunque all’estero. In Italia sono presenti solo gli ultimi anelli della catena, responsabili dell’accoglienza, dello smistamento, della collocazione finale delle vittime sul luogo di sfruttamento e della raccolta dei proventi. Per tale motivo, i processi istruiti in Italia riguardano quasi esclusivamente i responsabili della parte finale della catena dello sfruttamento, e non gli organizzatori di tutte le fasi del traffico.

 E invece il numero di ragazze sfruttate?

Non è conoscibile perché sono rarissime le denunce delle vittime. Le vittime sono soggiogate, sono vulnerabili, sono impaurite, credono di non avere alternativa rispetto a quella di rimanere nella condizione di sfruttamento nella quale, comunque, sopravvivono. Le vittime di tratta sono diffidenti nei confronti delle istituzioni italiane: ciò anche in ragione delle diverse esperienze maturate nel loro paese di origine nel rapporto con le forze dell’ordine, purtroppo frequentemente corrotte e non adeguatamente tutelanti nei paesi africani o dell’Est.  Né può sottovalutarsi il rischio, percepito dalla vittima, di diventare indagata per immigrazione clandestina non appena varca la soglia di un ufficio di polizia.

La diversa cultura di origine delle vittime influenza le loro scelte?

Per fare riferimento al tipo di tratta che maggiormente caratterizza il territorio casertano, ossia la tratta di donne nigeriane sottoposte al rito vudu e in ragione di tale rito vincolate all’obbedienza ed alla fedeltà nei confronti del loro sfruttatore, il rito vudu le vincola più di qualsiasi espressa minaccia o violenza fisica. Esse sanno, o meglio credono, che dalla violazione del rito deriveranno, in ogni caso, per loro e per le loro famiglie nel paese di origine, gravissime conseguenze fino alla morte. Esse credono, dunque, di non avere scampo.

 

La cultura di origine incide anche sul rapporto che si viene ad instaurare tra la vittima e lo sfruttatore: spesso vi è scarsa percezione del proprio status di vittime e si sviluppano nella vittima sentimenti di “gratitudine”.   In alcuni casi, soprattutto laddove la riduzione in schiavitù non si realizza con violenze fisiche o minacce ma con l’approfittarsi della condizione di vulnerabilità, la vittima vede nel suo sfruttatore colui che le ha dato la possibilità di fuggire dal suo paese di origine, dunque in molti casi di scampare alla morte, e stenta a cogliere il disvalore morale della sua condotta. In tali casi ancora più difficile sarà giungere alla decisione di denunciare. Queste sono alcune delle ragioni per le quali le denunce sono rarissime e non è possibile stimare il numero di vittime di tratta.

 Dove vengono poi messe a lavorare?

In strada o all’interno di connection house, ossia abitazioni private illegalmente adibite alla vendita di bevande, dove vengono smerciate sostanze stupefacenti e viene esercitata la prostituzione. A Castel Volturno le connection house sono numerosissime.

Il giro d’affari di quanto è?

Secondo FRONTEX la tratta di esseri umani è il terzo fenomeno criminale più lucroso a livello mondiale, dopo il traffico di sostanze stupefacenti e il traffico di armi. Le ragazze che raggiungono l’Italia via mare imbarcandosi dalla Libia contraggono un debito oscillante tra i 25.000 ed i 30.000 euro, che devono pagare per riacquistare la libertà. Il viaggio via aereo è più costoso e il prezzo può arrivare fino a 50.000 euro.

Come riuscite a contrastare questo fenomeno?

Le indagini sono molto complicate per diversi motivi: le denunce sono molto rare; le attività di intercettazione sono complicate per la insufficienza di interpreti affidabili e preparati; il sistema di cooperazione giudiziaria internazionale con la Nigeria e con la Libia è inadeguato. Un sistema virtuoso richiede un coordinamento tra l’autorità giudiziaria e gli altri soggetti che operano nel contrasto alla tratta (centri anti-tratta, ONG, etc.), sì da identificare agevolmente le vittime di tratta e costruire intorno alle stesse una salda rete protettiva che la accompagni nel percorso giudiziario. È evidente poi come la repressione penale non possa costituire l’unico strumento per contrastare un fenomeno di queste dimensioni, dovendosi avviare una seria politica di prevenzione a livello internazionale.

 

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