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Ritorno a scuola

by Piera De Prosperis
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Non si poteva più rimandare: in Campania ufficialmente si è tornati tutti in classe il 1° febbraio, anche con il beneplacito di De Luca che, comunque, dinanzi alle immagini della ressa di genitori e studenti ai cancelli delle scuole, ha minacciato una nuova ordinanza restrittiva. Il rientro a scuola in sicurezza ha previsto turnazioni di classi, divisione degli alunni che partecipano alle lezioni ora in presenza ora in Dad, ingresso in orari differenziati ed altre iniziative a discrezione dei dirigenti. Insomma grandi difficoltà, grandi disagi, grandi perplessità. I più responsabili, in questo momento, sembrano i ragazzi che tra proteste, quali il rifiuto della Dad con spegnimento dei pc, o anche cortei e manifestazioni, con adeguato distanziamento, hanno cercato di richiamare l’attenzione sulla priorità che uno Stato, che possa dirsi tale, deve dare alla scuola.

All’epoca del primo lockdown, passò in televisione un filmato sul rientro in aula dei bambini cinesi: tutti con la mascherina, disinfettavano le suole delle scarpe, igienizzavano le mani, misuravano la temperatura con gli appositi scanner, facevano l’inchino di saluto alla maestra e poi in classe. Fatte salve le dovute differenze, non ci vorrebbe molto ad adeguarsi. Forse però non è solo una questione di presidi sanitari che più o meno tutte le scuole hanno ormai adottato, ma è un problema culturale. L’insofferenza verso la disciplina è palese e spesso tollerata da noi adulti, proprio in quei ragazzi di cui prima abbiamo evidenziato il senso di responsabilità. Sono in Dad e vogliono la presenza, sono in presenza e vogliono la Dad. E’ chiaro che il problema è a monte e va ben oltre le loro teste: servizi pubblici inefficienti o inadeguati, mancanza di organizzazione nella distribuzione degli orari di uscita da scuole ed uffici, scarso controllo per evitare gli assembramenti.

La pandemia è una crisi di transizione verso un nuovo approccio in ogni ambito: niente sarà come prima. E allora perché non approfittare di questo momento per affrontare il prossimo anno scolastico in maniera del tutto diversa? Se le attività in presenza nascondono ancora tanti rischi perché non chiudiamo l’anno in Dad? Si potrebbe sfruttare questo tempo sospeso proprio per imparare meglio ad usarla, cercando nuove vie di formazione che non implichino la mera applicazione della didattica tradizionale a quella a distanza.

A gennaio si sono chiuse le iscrizioni per il prossimo anno scolastico: potrebbe essere l’occasione giusta per porre fine alle classi pollaio, riducendo il numero di alunni per classe, incrementando gli spazi scolastici e l’organico di docenti e personale Ata. Che senso ha questo ritorno a scuola con la spada di Damocle di una improvvisa chiusura.

I ragazzi hanno bisogno di riprendere la loro vita sociale, i danni psicologici determinati dalla chiusura delle scuole sono enormi. Somatizzazioni del disturbo psicologico quali difficoltà ad addormentarsi, sbalzi d’umore, fatica a svegliarsi, evidente spostamento del ritmo sonno-veglia, utilizzo improprio dei media e sensazione di fiato corto. Abbiamo chiesto ai nostri ragazzi uno sforzo straordinario, non essendo forse neanche noi genitori in grado di gestire al meglio l’ansia. Ma ormai è fatta, siamo a febbraio e il primo quadrimestre è andato. Invece di questa spossante ed altalenante dicotomia presenza/Dad sarebbe il caso di chiuderla qui e rimanere tutti a casa. L’estate ci aiuterà a recuperare. Una scelta così dolorosa, però, dovrebbe prevedere una visione d’insieme del problema: stare a casa ma per consentire alla politica di fare le scelte necessarie nell’ambito dei servizi. Non basta proibire, minacciando il lanciafiamme, bisogna essere propositivi e fare di questa vicenda un paradigma applicabile ad altre simili situazioni alle quali potremmo andare incontro. Un’occasione di ristrutturazione di cui la scuola ha bisogno non da ora. Non si parla beninteso di rimandare il problema, anzi di affrontarlo hic et nunc nella sua interezza. I benefici hanno un costo: restare a casa ora perché il rientro possa essere pieno, avendo fatto tesoro comunque della Dad.  La didattica a distanza è uno straordinario strumento che potrebbe diventare, a regime, un’altra forma istituzionalizzata di formazione/informazione.

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