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Ucraina anno zero

by Pietro Spirito

 

Quando si affronta un’opera di Giulio Sapelli bisogna predisporsi con tutta l’attrezzatura idonea alle scalate alpine: serve il rigore del rocciatore per arrampicarsi sulla ferrata concettuale di chi è maestro nel tessere la logica con la storia, l’economia con la politica. Così accade anche per il suo più recente libro, “Ucraina anno zero. Una guerra tra mondi”, Guerini e Associati, che entra nel corpo ferito della guerra europea e delle nuove relazioni internazionali che non riescono a costruire un quadro di stabilità.

Immediatamente Giulio Sapelli chiarisce i termini della questione. Se esiste una deriva fascista nella vicenda in corso, questa si sta manifestando non a Kiev ma all’est, a Mosca. L’ideologia imperiale di Putin e dei suoi alleati nazional-bolscevichi, come “spirito del tempo”, raccoglie in sé quasi tutte le condizioni di un’autentica deriva verso forme fasciste.
D’altro canto, la linea di condotta delle potenze occidentali, in primis quella degli USA e della NATO, ha favorito e favorisce la rinascita di queste tendenze distruttrici, per effetto di quella politica di espansione ad est della NATO, che non poteva non provocare il rafforzamento delle tendenze imperialistiche “grandi russe”. Lo scontro tra queste sue tendenze divergenti, il neoimperialismo russo e l’espansionismo della NATO, ha trovato la sua bisettrice naturale in Ucraina, una di quelle crisi latenti che il silenzio della diplomazia aveva lasciato languire nel cuore dell’Europa.

La Russia si immagina oggi come potenza euroasiatica, dal Pacifico fino a quel lago dell’Atlantico che è il Mediterraneo. Dopo la Crimea, l’obiettivo non è solo il Donbass ma Odessa, per controllare il Mar Nero. Quello che rende differente l’espansionismo russo rispetto a quello sovietico è il venir meno di quella logica di potenza emanazione dell’illuminismo, che ricopriva l’animo profondamente barbarico dello stalinismo. Oggi l’angoscia russa dell’isolamento euroasiatico è figlia di un irrazionalismo che non abbiamo ancora pienamente compreso. Al fianco di Putin si staglia la figura di Aleksandr Gel’evic Dugin, portatore di un pensiero mistico religioso che ha fatto sempre parte delle pagine più buie della storia russa.

Per Giulio Sapelli viviamo una fase delle relazioni internazionali guidata da una scomposizione frattale dei conflitti: la crisi ucraina va ad aggiungersi alle faglie profonde provocate dalla globalizzazione ed al venir meno del realismo nella teoria e nella pratica delle relazioni internazionali. Cessato un ordine mondiale con il crollo dell’URSS, invece di adoperarsi in un tentativo di costruzione di un equilibrio multipolare, le potenze si sono dedicate ad andare in ordine sparso, sino a quando l’accumulo delle tensioni ha trovato un fattore scatenante, così prevedibile da risultare inatteso. L’idea gollista di una nuova Europa che vada dall’Atlantico agli Urali non solo è fallita, ma ha contribuito ad accrescere le divisioni con la nazione euroasiatica per eccellenza, la Russia. Da questo punto di vista, il futuro europeo non sarà asiatico, ma semmai africano. E se l’Europa ritroverà una sua matrice di dialogo con il sistema angloamericano, sarà attraverso un processo di apertura verso l’Africa, che passa per una nuova centralità mediterranea.

In questo scacchiere complesso si inseriscono le questioni energetiche, che oggi stanno nelle mani degli Stati nazionali. Sono lontani i tempi del capitalismo energetico privato, quando erano le Sette Sorelle a fare e disfare la politica internazionale. Da circa 50 anni quasi l’80% dei giacimenti di petrolio e gas su scala mondiale non sono più proprietà delle majors, ma degli Stati produttori, aderiscano o no all’Opec, come non aderisce la Russia, che pure è tra i primi detentori mondiali di gas e petrolio.
In tale contesto, l’Italia – proiettata con i suoi 8000 km di costa al centro del Mediterraneo – presenta una frontiera sicura a Nord con i Paesi europei e invece una frontiera liquida, aperta, a sud. È una condizione radicalmente differente rispetto agli scenari della precedente guerra fredda, nella quale era il fianco Est ad essere considerato la frontiera critica, mentre alle diplomazia italiana era consentita una franchigia di libertà di movimento verso i Paesi arabi ed il bacino del Mediterraneo. L’Italia non potrebbe risollevarsi dalla potenziale marginalizzazione nel Mediterraneo, ossia dallo spostamento dei traffici dalle rotte per Suez a quelle che circumnavigano l’Africa. Qui dovremmo giocarci la nostra partita, che è anche una partita europea nel suo insieme.
Gli assi della geopolitica si sono spostati completamente nell’arco di qualche decennio, ma l’Europa, ferma ancora al suo disegno, prevalentemente tedesco, di presidio del fronte orientale, non è riuscita a sintonizzare la sua agenda sulle nuove priorità.

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