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Un film una città, Lectio doctoralis di Francesco Rosi – II

by Francesco Rosi

 

Come preannunciato dal professor Alessandro Bianchi su questo giornale (https://www.genteeterritorio.it/un-film-una-citta-omaggio-a-francesco-rosi/), pubblichiamo di seguito la seconda ed ultima parte della Lectio doctoralis tenuta da Francesco Rosi in occasione della Laurea ad honorem in Urbanistica conferitagli da parte dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria il 27 gennaio 2005. Di seguito il link della prima parte: https://www.genteeterritorio.it/un-film-una-citta-lectio-doctoralis-di-francesco-rosi-i/

 

Andavamo in giro per la città, io e La Capria, per farci investire dalla sua realtà, perché fosse questa a suggerirci la struttura drammatica della storia. In quei giorni c’era a Napoli, al teatro S. Carlo, il congresso della DC, da cui doveva nascere il centro sinistra. C’erano Moro, Nenni e tutti gli altri. Io ci andavo ogni giorno, e nella testa cominciava a prendere forma il progetto che da una parte avrebbe dovuto riflettere la nostra indignazione nei confronti della dilagante speculazione edilizia, e dall’altra la speranza nella progettualità politica del momento, nelle nuove alleanze dalle quali personalmente mi aspettavo che potesse nascere quella spinta ad attuare le riforme, nelle quali ho sempre creduto.

Fu al Congresso democristiano di Napoli che conobbi Enzo Forcella allora editorialista de “II Giorno”. Una volta definito il soggetto del film con La Capria, chiamai a collaborare alla sceneggiatura con noi anche lui, e in seguito Enzo Provenzale. La decisione di scegliere Carlo Fermariello come protagonista-antagonista, l’ho presa frequentando per giorni e giorni di seguito le sedute del Consiglio Comunale di Napoli. Fermariello era il Segretario della Camera del Lavoro di Napoli, e consigliere del PCI con notevoli competenze urbanistiche. Rimasi colpito dalla sua intensità e dall’ironia che illuminava di razionalità la sua veemenza. Mi incaponii, lo volevo a rutti i costi per fare da contraltare a Rod Steigerr l’attore americano che avevo scelto per rap- presentare lo speculatore Nottola. Il film, tranne Steiger e Salvo Randone, lo feci con attori non professionisti, rivelatisi tutti perfettamente in ruolo, così come, per animare di autentica partecipazione le tre divisioni politiche nel Consiglio, Destra, Centro e Sinistra, avevo accuratamente scelto gente di sentimenti politici corrispondenti, di maniera che al momento dei contrasti politici, venivano fuori degli accesi scontri ideologici che a volte facevo fatica a placare, al di là delle necessità della scena. Per avere Fermariello dovetti smuovere il Partito Comunista che, a parte le iniziali perplessità di Fermariel- lo stesso, non era d’accordo: il sì di Giancarlo Pajetta e di Giorgio Amendo- la fu risolutivo. Carlo Fermariello si rivelò un attore nato, mentre la sua pratica di consigliere comunale e la sua abitudine al dibattito diedero ragione alla mia intuizione e alla mia impuntatura a volerlo a tutti i costi.

Luigi Cosenza, ingegnere e architetto, consigliere comunale nelle file del PCI e strenuo accusatore dei responsabili del sacco di Napoli al tempo della selvaggia speculazione edilizia operata dalla maggioranza di destra laurina, costituì il suo modello e per me una preziosa fonte di conoscenza della materia. La vecchia palazzina che crolla, a fianco a un palazzo di nuova costruzione, solo dopo avere noi immaginato e sceneggiato l’episodio, scoprii che nella cronaca era avvenuto esattamente come avevamo noi supposto. Il crollo l’ho voluto girare tutto dal vero, senza modellini, senza trucchi cinematografici: 7 macchine da presa e un meccanismo arduo e complicato realizzato dal costruttore Carlo Agate, immaginato dallo scenografo Canevari e da mio fratello architetto. Il produttore, Lionello Santi, ebbe coraggio a fare il film che disturbò non pochi nell’ambiente degli imprenditori. Ma il cinema italiano di quei tempi costituiva non solo riferimento di verità ma provocazione utile per una riflessione comune.

Al momento della premiazione a Venezia, la platea si spaccò in due, metà applaudiva, metà fischiava; il film era riuscito nel suo intento di provocazione. Fu attaccato, fu difeso. Andò, e va tuttora, in giro per il mondo dove rappresenta una realtà comune a tutti gli ambienti, a tutte le realtà politiche e sociali; si affermò dappertutto come un film significativo di un cinema-verità; oltre al Leone d’oro meritò riconoscimenti gratificanti in Italia e all’estero; il Premio INARCH in Italia “per un servizio di informazione di massa” dell’Istituto Nazionale per l’Architettura; Bruno Zevi gli dedicò ampio spazio nella sua rivista l’Architettura; la Federazione socialista dei circoli dei cinema del Belgio lo coronò per il 1964. Fu, ed è ancora dopo 41 anni, riconosciuto come l’espressione di un cinema che assolve un compito civile che riempie i vuoti di una informazione reticente rivelando drammi dei quali lo spettatore è partecipe, e sostenendo, attraverso elementi di riscontro razionale, la fiducia e la speranza in una società migliore.

Nel 1993, a trent’anni esatti dal mio film, una immagine in esso contenuta sembrò essere all’origine della definizione dell’operazione “Mani pulite” meritoriamente in corso nel Paese a opera della magistratura: i consiglieri comunali di Napoli, accusati di malgoverno e di corruzione, levano in alto le mani protestando la loro estraneità: “Le nostre mani sono pulite!” A trent’anni dalla sua realizzazione, il film si confermava premonitore di un’attualità che gli corrispondeva ma lo superava di gran lunga nelle dimensioni e nella complicità tra politica e malaffare. Con il mio modo di fare il cinema, da “LA SFIDA” a “I MAGLIARI”; da “SALVATORE GIULIANO”, che ebbe il merito di contribuire alla decisione di varare finalmente nel 1962 la legge costitutiva della Commissione parlamentare antimafia; da “IL CASO MATTEI”, che contribuì anch’esso alla conclusione della Magistratura che la morte di Mattei era avvenuta in seguito a un attentato e non per un incidente; da “LUCKY LUCIANO” a “UOMINI CONTRO”, a “CRISTO SI È FERMATO A EBOLI”, a “TRE FRATELLI”, a “CADAVERI ECCELLENTI”, a “DIMENTICARE PALERMO”, ho affrontato la storia di questi ultimi cinquant’anni del nostro Paese, testimoniandone la realtà nelle sue vicende nodali, quali, ad esempio, il passaggio della principale attività mafiosa dal contrabbando al narcotraffico con le conseguenze tragiche nel mondo che tutti conosciamo; la questione meridionale; il terrorismo; la tentazione golpista; il rischio per le forze progressiste di indebolire la propria autorità morale nei compromessi di potere. Tutte storie dove il protagonista è l’uomo e i suoi sentimenti. E ho voluto cercare di avvicinami alla verità di alcuni degli episodi più oscuri della vita pubblica ancora oggi avvolti nel mistero.

Ho sempre creduto nel cinema come denuncia, come testimonianza e come racconto di vicende attraverso le quali mettere in relazione il privato con il pubblico, l’attualità con il passato, traendone riflessione per il presente, come nel mio film più recente, “LA TREGUA” tratto dal libro omonimo di Primo Levi, realizzato per rappresentare il ritorno alla vita dopo l’orrore dei campi di sterminio, e allo scopo di non dimenticare mai il genocidio del popolo ebraico e la volontà di battersi onde evitare ogni possibile ritorno ai crimini contro l’umanità. A cento anni dalla sua nascita sono convinto che il cinema è “Storia” e come tale dovrebbe costituire in tutte le scuole del mondo un necessario complemento di insegnamento.

I film vanno mostrati, scoperti, visti e rivisti nel tempo perché il tempo ne conferma la carica di attualità e quindi la loro funzione di testimonianza storica e di capacità di rappresentazione poetica. La televisione, grande mezzo di diffusione popolare, che ha il potere di rivolgersi contemporaneamente a un pubblico numeroso che un film mai può raggiungere neanche attraverso i successi più clamorosi, ha il dovere, specie quando è servizio pubblico, di ricordare allo spettatore quanto è stato fatto dal cinema come testimonianza del proprio tempo. Tale funzione servirebbe a formare i giovani come spettatori partecipi e non come passivi destinatari di spettacolo. Conoscendo un passato che non conoscevano rifletteranno meglio sul presente. Mettendo a confronto lo sconcerto di oggi con le passioni e le speranze di ieri, saranno capaci di formulare meglio una speranza per domani.

La laurea che mi conferisce oggi l’Università Mediterranea di Reggio Calabria, è un riconoscimento al cinema italiano della realtà. Ve ne sono grato per me e per i collaboratori che mi hanno aiutato a realizzare il film e ai quali va la mia riconoscenza. A voi la mia vera e profonda emozione.

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