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Wilbur Smith, “il destino del leone”

by Piera De Prosperis

Una gallina dalle uova d’oro. Per il mondo dell’editoria, sempre alla ricerca dell’autore perfetto, prolifico ed amato, nessuna definizione meglio si attaglia a Wilbur Smith, morto a 88 anni nella sua Città del Capo. Forse prolifico è dir poco: quarantanove romanzi, tutti best-seller, tradotti in più di trenta lingue, oltre 140 milioni di copie vendute in tutto il mondo. A partire dal primo (Il destino del leone, iniziatore della fortunata serie che prende il nome di Ciclo dei Courtney) alla serie egiziana con l’eroe Taita (nel quale l’autore – spiegano i suoi collaboratori – si è identificato), non c’è lettore cui non sia passato per le mani un romanzo di Smith. Pur appartenendo ad un genere abbastanza superato nei modi e nelle forme di espressione.

Romanzi storici con ambientazioni esotiche a partire dalla scelta dell’Africa, il continente archetipico per quel che riguarda viaggi ed avventure. Romanzi in cui amore, guerra, tradimenti tengono il lettore con il fiato sospeso ma che in effetti poco lasciano nel cassetto dei ricordi e delle esperienze letterarie.

Come ha scritto il Guardian, con le “spericolate storie dei suoi romanzi, [Smith] ha portato i lettori ovunque, dalle isole tropicali alle giungle africane e in tante epoche diverse, dall’antico Egitto alla Seconda guerra mondiale”. Gli siamo grati per quei momenti di pura fantasia, di esotismo e quindi di fuga dalla triste realtà cui un romanzo può rispondere. In effetti, però, non c’è moltissimo altro.

La sua prosa nasce forse dal personale bisogno esistenziale di fuga: laurea in scienze commerciali, lavoro come contabile, prime esperienze letterarie deludenti. Poi finalmente il successo, quando un editore di Londra, dopo il rifiuto di editori sudafricani ed europei, lo incoraggiò. Così nacquero le vicende ambientate in luoghi cari e conosciuti quali la foresta, le montagne impervie, l’oceano. Cui si aggiunse la fuga a ritroso nel tempo, in particolare l’antico, favoloso Egitto. Tutti testi peraltro facili da sceneggiare per film e serie.

“Uno che si chiama Smith non sembra proprio che abbia il nome giusto per diventare bestseller…” disse un editore. Ma il nostro Smith non era uno qualunque. Aveva in mente storie, storie, storie. Una prolificità davvero sorprendente, anche se con alcuni punti fermi che rendono la sua penna immediatamente riconoscibile.

Maschi alfa al centro delle trame, cui nel tempo si sono aggiunte femmine alfa, data l’importanza crescente delle donne nel corso degli anni. Un’ideologia piuttosto sfuggente. In piena apartheid un suo libro venne ritirato, ma per un motivo sbagliato: linguaggio troppo esplicito. Smith si considerava “uno scrittore britannico, britannico coloniale, i miei venivano dall’ Inghilterra. È una questione di radici”.

L’uso, nelle trame, delle tecnologie: “Le trovo comode nella vita quotidiana, ma soprattutto nei romanzi. Velocizzano tutto: con uno scambio di email, una telefonata o una microspia satellitare puoi creare una contemporaneità di azioni ai due capi del mondo. In un romanzo ottocentesco invece bisognerebbe aspettare dei giorni che arrivi la posta a cavallo”. Non a caso i suoi libri uscivano insieme in versione cartacea ed e-book: “Anche questo mi sembra logico, pur restando molto affezionato all’ idea del libro di carta. Se c’ è un pubblico di venti e trentenni che si può conquistare così, mi sembra un’opportunità per qualunque scrittore serio”.

Una struttura narrativa che alterna sapientemente le sequenze: “Come scrittore, io do la massima importanza alla scansione, alternando descrizioni, dialoghi, avventure in modo che ci sia sempre un ritmo serrato, senza cedimenti.

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