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All’ombra di un libro 1: Viaggio alla fine del millennio

by Piera De Prosperis

 

Le letture di gioventù possono essere poco proficue per impazienza, distrazione, inesperienza delle istruzioni per l’uso, inesperienza della vita. Possono essere (magari nello stesso tempo) formative nel senso che danno una forma alle esperienze future, fornendo modelli, contenitori, termini di paragone, schemi di classificazione, scale di valori, paradigmi di bellezza: tutte cose che continuano a operare anche se del libro letto in gioventù ci si ricorda poco o nulla. Rileggendo il libro in età matura, accade di ritrovare queste costanti che ormai fanno parte dei nostri meccanismi interiori e di cui avevamo dimenticato l’origine. C’è una particolare forza dell’opera che riesce a farsi dimenticare in quanto tale, ma che lascia il suo seme. La definizione che possiamo darne allora sarà: I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando si impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale. (Italo Cavino, “Perché leggere i classici,” Einaudi 1991)

E’ proprio partendo da questa riflessione che ho pensato di recuperare alcuni testi che definirei classici per suggerirvi un itinerario di lettura estivo che ci accompagni nell’arsura del giorno e della notte, spingendoci a salire al più presto dal mare per riprendere la lettura. In una carrellata tra i generi che non potrà e non vorrà essere esaustiva ma che si propone piuttosto di stuzzicare l’appetito del lettore più o meno appassionato, più o meno esperto.

Da dove cominciamo? Partiamo dalla fine, dalla fine di uno dei più grandi scrittori israeliani, scomparso poco tempo fa, Abraham Yehoshua con Viaggio alla fine del millennio

Di che parla? Nell’estate del 999 il ricco mercante ebreo Ben-Atar salpa da Tangeri alla volta di Parigi, ancora sperduta cittadina nel cuore di un’Europa selvaggia, in fermento per l’approssimarsi dell’Anno Mille. Scopo del viaggio è ritrovare il nipote Raphael Abulafia, suo socio in affari, che fino a un paio di anni prima aveva venduto con profitto la merce dello zio in Francia. La loro collaborazione è stata troncata in seguito alle critiche rivolte alla bigamia di Ben-Atar dalla moglie di Abulafia. Compagni di viaggio di Ben-Atar sono il socio ismaelita Abu-Lufti, le due mogli e un rabbino andaluso, che ha il compito di convincere la devota moglie di Abulafia della legittimità della situazione famigliare di Ben-Atar.

Perché leggerlo? Perché la contrapposizione tra il sud Mediterraneo solare, sensuale e tollerante e il Nord Europa austero ed intransigente è presentata come una sorta di conflitto archetipico tra Nord e Sud del mondo. Per il racconto delle radici di un ebraismo aperto al mondo ed alle altre etnie e religioni, attraverso soprattutto il ritmo delle cerimonie che impegnano gli ebrei osservanti. Ricordiamo che Yehoshua è stato una delle voci più importanti del dialogo con i palestinesi, sostenendo che la troppa memoria si trasforma in un peso. Per come l’autore sa affrontare il tema della famiglia, anche allargata e dell’amore coniugale fondato sulla parità e il rispetto reciproco. Per l’abilità con cui l’autore approfondisce la psiche dei personaggi che, pur inseriti nel contesto dell’anno Mille, sono noi, siamo noi.

Nel chiudere la sua vicenda terrena Yehoshua ci ha lasciato una frase che mi sembra particolarmente significativa e che ci dà il senso della sua ironia e della sua gioia di vivere: La morte è molto importante. Un dono che facciamo ai nostri nipoti: lasciare loro spazio.

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