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Blasfemie e teste mozzate

by Luigi Gravagnuolo

Questo articolo è stato scritto prima dei fatti tragici accaduti ieri a Vienna e l’Autore tornerà sull’argomento proprio alla luce di questi eventi. In ogni caso, questo giornale ribadisce la propria convinta adesione al principio della più assoluta libertà di espressione.

C’è modo e modo di bestemmiare. A volte la bestemmia viene pronunziata a mo’ di interiezione, sinonimo di un ‘accidenti’ o di un ‘mannaggia’, un punto esclamativo parlato. Fastidiosa, ma innocua.

Altre volte la si profferisce per goliardia, pratica locutoria di cui i toscani sono maestri. Ricordo un emergente Roberto Benigni una cinquantina di anni fa al Sancarluccio di Napoli. Lui monologava sul palchetto e, a un certo punto, chiese a noi del pubblico di dire tre parole, indicanti persone o luoghi, lui avrebbe recitato una storia inventata all’impronta con quei tre lemmi protagonisti. Un ragazzo disse ‘papa’, altri suggerirono le restanti due parole che ora non ricordo bene, mi pare che fossero Roma e Firenze. Gli bastò tanto per buttare giù una bestemmia in forma di filastrocca in rima della durata di un quarto d’ora circa. Stupefacente, esilarante. Un modo canzonatorio per sbeffeggiare i tabù e il bigottismo degli anni Cinquanta, da cui tutti ci stavamo emancipando. Non c’era violenza in quella bestemmia.

C’è poi quella di chi tiene ad esibire la sua superiorità intellettuale rispetto alla credulità popolare. La si esclama in pubblico, compiacendosene, per esibire il proprio laicismo. C’è spocchia in questa bestemmia, non cattiveria.

C’è infine la bestemmia offensiva, quella sbraitata provocatoriamente davanti a un credente per manifestargli il proprio disprezzo verso i suoi valori e la sua persona. Questa bestemmia è contemplata nel codice penale italiano, art. 724. Se ne avete voglia e tempo, leggetelo e consultate la giurisprudenza al riguardo. Qui riporto la sentenza Cass. pen. n. 11049/1980: “La riproduzione su un manifesto di un brano di un articolo blasfemo, apparso su un giornale, non giustifica l’autore del manifesto che ha fatto proprie le espressioni usate e lo rende responsabile di bestemmia”.

Siamo in Italia, non a Kabul. In breve, nella nostra repubblica democratica chi bestemmia in luogo pubblico, specie se in presenza di persone credenti e allo scopo di offenderle deliberatamente, o lo fa su un mezzo di comunicazione di massa, commette un reato. Vale altresì la pena di aggiungere che nel diritto italiano, in seguito alla sentenza della Corte Cost. n. 440 del 1995, non vi è alcuna differenza tra la religione cattolica e le altre religioni.

Tre anni fa collaboravo con una persona a me superiore gerarchicamente, a cui dovevo e verso la quale avevo un sincero, grande rispetto. Si indispettì per alcuni miei punti di vista che, del tutto inconsapevole che lo avrebbero irritato, gli avevo manifestato in camera caritatis, come doveroso. Si imbufalì e, sapendo della mia fede cattolica, cominciò ad inveire contro santi e madonne. Voleva dirmi a suo modo che io e miei valori eravamo per lui stracci, che lui si metteva sotto i piedi senza ritegno. Avvertii dentro di me l’umiliazione e me ne addolorai. Non reagii, incassai l’oltraggio; ma da allora non ci siamo più parlati.

Mettiamo ora il caso di un miliardo e mezzo di persone che aderiscono a confessioni islamiche, per molte delle quali pronunziare una bestemmia contro Il Profeta è blasfemia, sanzionabile con la pena capitale in alcuni degli Stati da essi governati. Una barbarie dal nostro punto di vista, ma un valore stringente, accecante, per quei fedeli. E mettiamo che centinaia di migliaia di essi, a seguito di migrazioni o per trasferimenti delle loro famiglie ai tempi del colonialismo, vivano oggi nei paesi occidentali in condizioni sociali subalterne, a volte oggetto di un razzismo strisciante, culturalmente derisi. Per loro anche mangiare un kebab invece che l’anatra all’arancia è segno di rivendicazione delle proprie radici, dei propri valori. Figuriamoci la fede nell’Islam.

Le vignette di Charlie Ebdo ai loro occhi non appaiono innocue satire goliardiche – quali sono ai nostri occhi e quali di fatto sono nelle intenzioni degli autori – piuttosto vengono lette come esibizioni di disprezzo per i loro valori e per le loro persone, come a dire: “Voi qui siete ospiti e servi, i vostri valori ce li mettiamo sotto le suole delle scarpe. Zitti, tenetevi l’oltraggio e ringraziate di essere qui accolti ed accettati”. Ci vuole molto a capire che qualcuno di loro possa perdere la testa?

Con ciò non sto a giustificare la barbarie delle decapitazioni. No, non voglio e non si può in alcun modo giustificare tanta efferatezza. E poi, questi assassini colpiscono i cristiani, i cattolici in particolare; i quali sono i primi a condannare quelle vignette ed i più tenaci a lottare per il riconoscimento della pari dignità di tutte le confessioni. Lo fanno perché vogliono la guerra civile, per ottenere la quale è funzionale eliminare ogni spazio di dialogo. E poi perché per molti di loro il cristianesimo è di per sé una blasfemia.

Ora è evidente che c’è chi, dall’interno del mondo islamico, esaspera volutamente gli animi, fa appelli alla guerra santa e arma le mani assassine dei terroristi, lupi solitari o combattenti inquadrati che siano. E trova terreno fertile nella loro intollerante cultura, che non ha mai conosciuto la stagione dei lumi.

Noi non possiamo impaurirci, cedere anche solo un millimetro delle nostre libertà. Però, perché continuare a umiliare quella gente? Perché insistere ad offrire argomenti e pretesti per la propaganda del fondamentalismo islamico? Siamo proprio certi che il diritto alla bestemmia sia sinonimo della sacra libertà di parola caposaldo della nostra laica civiltà?

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