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Dal Sistema Sanitario universalistico al Coronavirus

by Riccardo Maria Botta

L’Autore è medico-chirurgo, specializzando in anestesia, rianimazione, terapia intensiva e del dolore.

Nel 1941, durante il governo di Winston Churchill e nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale, fu istituito il comitato interdipartimentale sulle “assicurazioni sociali e sui servizi alleati” con alla guida Sir William Beveridge, già direttore della “London School of Economics and Political Science”. Nel 1942 fu presentato il “Beveridge report”, un insieme di proposte riformistiche dirette a migliorare le condizioni di vita dei cittadini. Secondo Beveridge lo Stato moderno, post-bellico, avrebbe dovuto garantire e tutelare la popolazione “dalla culla alla bara” e difenderla da 5 grandi mali: il bisogno, la malattia, l’ignoranza, la miseria e la disoccupazione. Fu così che nell’Europa piegata dalla follia totalitaria nazista e dilaniata da una guerra sanguinosa e terribile fu teorizzato il Welfare State, letteralmente lo “Stato del benessere”. Nel 1945 i laburisti vinsero le elezioni e fu Clement Attlee nel 1948 a istituire il National Health Service già tratteggiato da Beveridge. Ancora oggi il “Beveridge report” è considerato una pietra miliare in campo economico e sociale e il “modello Beveridge” è stato ispiratore per l’istituzione di sistemi sanitari universalistici in molti paesi europei (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Svezia, Norvegia, Finlandia).

In Italia prima dell’istituzione del Sistema Sanitario Nazionale (SSN), il diritto alla salute, sancito costituzionalmente (art. 32), non era garantito in modo capillare a tutti i cittadini e l’assistenza sanitaria veniva garantita da enti privati, le cosiddette “mutue”. Ciascuna mutua era competente per una specifica categoria di lavoratori dai quali percepiva contributi e in caso di malattia del lavoratore pagava l’assistenza sanitaria. Le mutue percepivano contributi anche dai datori di lavoro e dallo Stato. Disomogeneità delle prestazioni assicurate da mutue diverse, casi di mancata copertura e la crisi finanziaria delle mutue misero in crisi il modello mutualistico aprendo la strada al “modello Beveridge”, universalistico, anche in Italia. Il SSN fu istituito con la legge n. 833 del 1978 durante il governo Andreotti IV, un monocolore democristiano con appoggio esterno di PCI, PSI, PSDI, PRI. Furono queste “larghe intese” ad istituire un sistema sanitario universalistico in cui a tutti i cittadini era garantito il diritto alla salute.

Nel 1992, durante il governo Amato e con Di Lorenzo ministro della sanità, fu approvata la prima legge di riordino del SSN (decreto legislativo 502/92) che trasformò le Unità Sanitarie Locali (USL), divenute centri di spesa inefficienti e incontrollabili, in Aziende Sanitarie Locali (ASL), dotate di autonomia organizzativa, gestionale, tecnica, amministrativa, patrimoniale e contabile sotto il controllo delle Regioni. Con la riforma del 1992 si passò ad una gestione aziendalistica e manageriale del SSN con una sempre maggiore autonomia e responsabilità delle Regioni in campo sanitario. Nel 1999 fu approvata la riforma Bindi o riforma ter (229/1999) che confermò i capisaldi della riforma del 1992, aziendalizzazione e regionalizzazione, introdusse i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e legiferò in materia di accreditamento di strutture sanitarie. Dal 1999 in poi non ci sono state altre riforme sanitarie strutturali, solo correttivi, e il nostro SSN con i suoi pregi e difetti ha garantito cure a tutti fino ai nostri giorni, fino alla terribile pandemia di COVID-19.

Questa pandemia causata dal virus SARS-CoV-2 è stata uno stress test inatteso per i sistemi sanitari di tutto il mondo evidenziando luci ed ombre della gestione sanitaria dei singoli paesi, soprattutto di quelli maggiormente colpiti. Analizzando quanto avvenuto nel nostro Paese emerge chiaramente la professionalità e l’abnegazione con cui medici, infermieri e personale socio-sanitario l’hanno affrontata e alcuni di questi hanno purtroppo perso la vita contraendo l’infezione durante l’esercizio delle proprie funzioni (167 medici morti, fonte FNOMCEO).

Se da un lato è emersa l’indubbia professionalità del personale sanitario, dall’altro sono emerse due ataviche falle del nostro SSN: la mancanza di comunicazione tra medicina territoriale e sistema ospedaliero e l’insufficiente utilizzo dell’assistenza domiciliare. Ciò è avvenuto non per mancanza di capacità o volontà ma per estrema penuria di personale e per scarsezza di mezzi. Sono anni che si denuncia la carenza di medici di medicina generale, di medici specialisti, di anestesisti-rianimatori, di medici d’urgenza, di infermieri e di personale socio-sanitario, ma nessun cambiamento strutturale con una prospettiva a lungo raggio è stato messo in atto dal legislatore. Da questa terribile esperienza potremmo trarre molti insegnamenti, sicuramente uno. Non si può pensare alla Sanità come ad una delle tante voci di spesa da annotare sul libro contabile della Ragioneria dello Stato, ma come un investimento strategico fondamentale per il benessere fisico, psichico, culturale, sociale ed economico della popolazione.

“La salute non è tutto ma senza salute tutto è niente” (Arthur Schopenhauer).

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