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Dalla scuola di cittadinanza alla scuola azienda

by Piera De Prosperis

Luca Ricolfi, sociologo, e Paola Mastrocola, ex docente, con il loro nuovo libro Il danno scolastico, La scuola progressista come macchina della disuguaglianza, hanno provocato un vero e proprio terremoto in rete ed in particolare sui social.

La loro tesi è: negli ultimi decenni la scuola ha appiattito le difficoltà, sostanzialmente depotenziando le discipline a vantaggio di una progettualità pretestuosa, annacquando il percorso di studi e il livello di preparazione degli studenti. Quindi le disuguaglianze non sono diminuite, anzi sono aumentate in maniera esponenziale con conseguente mancanza di un efficace ricambio nella classe dirigente. Un ragazzo che può contare su di una famiglia che lo segue e lo supporta non sarà danneggiato da un’istruzione carente ricevuta a scuola o da una valutazione didattica troppo indulgente, potrà sempre contare su aiuti esterni ad integrazione di ciò che la scuola non riesce ad offrirgli. Una scuola pietistica crea un ulteriore insormontabile gap tra ceti alti e ceti bassi, la scuola senza qualità produce disuguaglianze.  E inevitabilmente abbandono scolastico. Uno dei momenti peggiori di questo percorso di svuotamento di significato dell’istituzione è stata la trasformazione delle scuole in pseudo-aziende, secondo un modello improntato all’efficienza aziendale, in qualche modo deponendo il ruolo di educatore a vantaggio della costruzione di un’offerta formativa più volta ad attrarre iscrizioni che realmente a produrre competenze.

Cosa rispondere a questa sequenza di osservazioni, in gran parte giuste viste le difficoltà che vive la scuola italiana sul versante delle conoscenze, sempre molto al di sotto delle medie europee, e della differenza di genere negli apprendimenti delle discipline Stem?

Partiamo da un concetto sul quale si è basato tutto il rinnovamento della scuola media unificata. Quei tre anni che hanno saputo mettere obbligatoriamente nello stesso banco figli di operai e di professionisti, di ceti in difficoltà e ceti agiati, sono serviti a creare il concetto di cittadinanza unica e attiva. All’epoca della riforma, stiamo parlando degli anni ‘60, bisognava costruire le coscienze dei figli di quegli italiani, usciti da una dittatura e da una guerra devastante, che non sapevano cosa fosse la democrazia e la partecipazione. Il fine non era quello di preparare i ragazzi al proseguimento degli studi (almeno non in primis), ma quello di formare dei cittadini.

Fortemente voluta dal centrosinistra, la scuola media unificata applicava finalmente la Costituzione che prevedeva otto anni di scuola gratuita e obbligatoria per tutti. Fu una conquista storica ed effettivamente una possibilità per tutti di accedere ai licei ed all’istruzione superiore. Con tutto il carico di rinnovamento che esso portò, favorendo ulteriormente il boom economico di quegli anni straordinari.

Nel 1967, con Lettera a una professoressa, fu don Milani, suo sostenitore attivo insieme ai ragazzi di Barbiana, a denunciare ciò che ne impediva la piena applicazione: ‘il principale difetto della scuola italiana sono i ragazzi che ancora perde’. E indicò come porvi rimedio, proponendo di dare di più a chi parte con meno nella vita. Nelle democrazie si chiama ‘discriminazione positiva’. Ed è l’opposto dell’eguaglianza formale perché va alla sostanza delle cose, proprio come dice l’articolo 3 della Costituzione: ‘È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli… che, limitando di fatto l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…’. (M. Rossi Doria)

L’aziendalismo, in cui si è trasformato il principio di autonomia scolastica, è stato un concetto successivo, devastante e con un portato di nefaste conseguenze. Le scuole hanno dovuto costruire offerte formative allettanti, abbassando il livello degli apprendimenti per non perdere iscrizioni, inventare percorsi fantasiosi e invitanti.

Tutto questo con profonda mortificazione dei docenti che hanno perso il loro ruolo centrale di educatori. Malpagati e costretti sotto il giogo della burocrazia scolastica, per lo più superflua e ripetitiva, gli adulti della scuola hanno rinunciato ad essere tali, hanno perso la loro funzione di riferimento per i ragazzi che nell’età evolutiva hanno tanto bisogno di figure di riferimento.

La polemica di Ricolfi e Mastrocola sulla disuguaglianza nella scuola, nel complesso giusta e condivisibile, non propone soluzioni, verifica una grave situazione in atto. Forse irrecuperabile. Ma una speranza c’è, ed è nel corpo docente, ossatura della scuola.

Oggi un bravo insegnante è chi vuole esserlo, chi con spirito volontaristico si propone come una guida sicura nell’affollato mondo dei saperi. Le promozioni facili di cui vengono accusati i professori sono spesso conseguenza di una stanchezza esistenziale nell’affrontare ogni giorno il proprio ruolo che non offre più stimoli. Dire sì al dirigente scolastico è facile e rassicurante.

La politica dovrebbe dare più peso, dignità, credibilità e supporto agli operatori del settore. Se ne parla ciclicamente ad ogni cambio di ministro. Può essere una via, forse, perché gli educatori tornino a sentirsi determinanti nella formazione dei giovani. Non esistono contenuti alti o bassi, facili o difficili. E’ questione di approccio corretto al problema ed in questo solo un maestro può essere determinante.

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