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Gli interrogativi di Imitation of life

by Anita Ferraioli

 

Al Teatro Bellini di Napoli è andato in scena lo spettacolo del regista ungherese, Kornèl Mundrunzco. Imitation of life è uno spettacolo insolito dal punto di vista della messa in scena. In lingua originale, con sottotitoli (presenti nelle video proiezioni sia su sfondo al centro del palco sia su schermi posti ai lati) e soprattitoli (su schermi posti ai lati del palco) in italiano e in inglese. Uno schermo sul quale compare l’immagine di una donna anziana in primo piano, che rende ben visibile al pubblico ogni espressione del suo volto segnato dalla sofferenza.

È una donna rom alla quale viene comunicato lo sfratto dal misero appartamento in cui vive, che viene incalzata dalle domande dell’esecutore (una voce fuori campo) con piglio poliziesco. Nell’esporre le ragioni per le quali non può andare via (grave indigenza, mancanza di denaro e stato di salute precario) si percepisce un crescente disagio sul suo viso. Tuttavia, con toni pacati e fieri, séguita a raccontare della sua vita, di suo marito, di suo figlio. Fuggito lontano spinto dal disprezzo verso le sue origini, verso sé stesso e ciò che rappresenta, alla ricerca di riscatto e di un posto lontano dal mondo in cui è nato. Posto che non riesce a trovare, tanto è l’odio verso sé stesso.

Si alza lo sfondo ed ecco che si apre la scena: una stanza-cucina all’interno di una sorta di scatola installata sul palcoscenico, un microambiente al cui interno si sviluppa la storia. Quando la donna si sente male e l’esecutore chiama i soccorsi, pare che il regista abbia voluto aprire alla possibilità per l’uomo di affrancarsi dal suo cinismo.

 

 

A segnare una divisione temporale è l’effetto scenico della stanza che ruota lentamente di 360 gradi, precipitando alla fine in un caos realistico successivo all’esecuzione dello sfratto. Dopo qualche tempo quella stanza diventa dimora di altre persone: una giovane donna che firma il contratto di locazione senza entusiasmo, non potendo permettersi altro, solo per dare un tetto al figlio.

Ciò che accomuna le storie dei personaggi è la domanda: è possibile scegliere un destino diverso da quello che sembra essere già scritto? Si è liberi di scegliere? Risuona la canzone “Feeling good”. Nei suoi versi quanto è speranza per un futuro migliore e quanto rassegnazione e accettazione del proprio destino? Verrebbe da dire la seconda. Con disincanto ci si adegua nel miglior modo possibile.

Lo spettacolo è una fucina di interrogativi sulla discriminazione, il razzismo, l’esclusione. Ricco di video, sms scambiati dai protagonisti trasmessi sugli schermi, una macchina scenica che propone un nuovo tipo di rappresentazione. Tentativo sperimentale di un nuovo linguaggio teatrale?

Restano impressi l’uso della luce di taglio nei momenti di riflessione, che ha conferito poesia alla scena come fosse un quadro, e l’effetto scenico della rotazione della stanza che è stato senza dubbio il più inaspettato. Tra le videoproiezioni, solo il primo piano iniziale ha assolto appieno al compito di mettere in risalto le emozioni.

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