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La vita bugiarda degli adulti

by Giulio Espero

Nelle sue leggendarie “Lezioni di letteratura”, Vladimir Nabokov stigmatizza la nostra sete di realtà. Rammenta che definire vera una storia è insultare sia l’arte che la verità. La letteratura, sostiene, non è nata il giorno in cui un ragazzino inseguito da un grande lupo grigio corse via gridando ‘al lupo, al lupo’. E’ nata il giorno in cui un ragazzino gridò ‘al lupo, al lupo’ e non aveva nessun lupo alle calcagna. La magia dell’arte stava nell’ombra di quel lupo che lui aveva volutamente inventato. Se lo scrittore contiene in sé le tre dimensioni, del narratore, del maestro e dell’incantatore, è nell’ultima che risiede la sua grandezza. Per la grande arte narrativa occorrono sia la precisione della poesia che l’intuizione della scienza.

Elena Ferrante, ci pare proprio procedere in questa direzione. Dopo lo straordinario successo mondiale della quadrilogia de “L’amica geniale”, conclusasi nel 2016 con “Storia della bambina perduta”, finalista al Man Booker International Price, la misteriosa scrittrice (come noto nessuno sa chi si celi dietro questo nome benché esista in letteratura una vasta ridda di ipotesi, anche molto fantasiose), con l’uscita il 7 novembre de “La vita bugiarda degli adulti” continua ad incantare un vasto pubblico. E’ la storia di una ragazzina tredicenne negli anni ‘90 a Napoli. Pennellate da pittore espressionista e precisione da entomologo.

Un altro romanzo al femminile, quello di Giovanna, che nel pieno dei tredici anni, a causa di una brutta frase pronunciata dal padre, comincia a interrogarsi non solo sul suo aspetto fisico, ma anche sui viluppi malati e perniciosi che la legano alla famiglia paterna.

Tante domande senza risposta, piccoli e profondi misteri familiari di cui non si può parlare, odi sotterranei e silenti. Tutte trame tenute insieme dalla terribile e sensuale Zia Vittoria, così lontana dalla vita borghese a cui Giovanna è ormai abituata.

Le tempeste affettive che sconvolgono Giovanna nel suo passaggio puberale vengono accentuate, man mano che il tempo passa, da un percorso familiare quasi speculare, seppure all’incontrario.

Mentre cerca di mettere ordine nella sua vita, tentando di mettere a fuoco le sue aspirazioni ed i suoi pensieri, di converso si ritrova ad assistere al progressivo svelamento della fragilità e della meschinità dei suoi genitori. I genitori falliscono. Gli adulti mentono.

Proprio il dipanarsi della vita bugiarda degli adulti innesca nella fragile personalità di Giovanna, che pure gode di una spiccata intelligenza ed ha potuto fruire di ottime letture, un percorso verso gli inferi. Dal Vomero dove abita con i colti genitori borghesi, al Pascone, ovvero il rione Luzzatti, quella Napoli povera e plebea fatta di caseggiati intrisi di povertà e polvere, sporcati dalla disperazione e dalla violenza, soprattutto verbale.

Il fil rouge che lega questo romanzo alla precedente quadrilogia è evidente. Ma se l’amica geniale racconta la storia di Elena che del Rione (a proposito andate a vedere lo splendido murale realizzato dopo la notevole fiction televisiva di Saverio Costanzo) conosce l’intima articolazione sociale e umana, Giovanna invece vi si tuffa senza alcuna precauzione,

Scevra da ogni protezione “culturale”, scorticata da una montagna di bugie adulte, Giovanna tenta di conoscere l’altro mondo, quello di zia Vittoria, attratta pericolosamente dai propri bassi istinti, dalla forza animalesca dei sentimenti che si trasfigurano in rabbie e passioni ai limiti della pulsione. E allora via il costume di brava ragazza, di buona famiglia atea e giustamente progressista, via i libri e i buoni voti a scuola. Fuori dalle consuete mappe interiori e geografiche della propria esistenza, Giovanna, bambina e adolescente al tempo stesso, trucca il suo volto in maniera provocatoria e volgare. Diventa subdola, volutamente cattiva. Addirittura lasciva quando scopre che gli uomini sbavano dietro il suo corpo appariscente. Lasciata emotivamente sola dai propri genitori, che prima si separano e poi divorziano fra mille contrasti, Giovanna scopre dentro di sé tracce di cattiveria e imperfezione. E ne subisce la perversa fascinazione, quasi innamorandosene.

Non è il solito romanzo di formazione. Ovvero non è soltanto questo. È soprattutto un’altra felice prova di Elena Ferrante, che dipana la sua straordinaria capacità narrativa con una maestria che riteniamo nessuno oggi possieda in Italia. I mondi di Lena e Lenù, di Giovanna, ma anche di tutti gli altri personaggi che popolano i romanzi della Ferrante, che si sono trovati a vivere, ma più spesso a sopravvivere, a Napoli tra gli anni Cinquanta e gli anni Novanta, sono cesellati e scolpiti. Non aspirano alla realtà ma al racconto delle storie individuali e collettive.

L’enorme e strepitoso successo commerciale dei romanzi della Ferrante (partito è bene ricordarlo quasi prima negli stati uniti che in Italia), ha mandato in difficoltà i critici letterari, ufficiali per così dire, che in gran parte storcono sospettosi il naso. Del resto nel Belpaese, si sa, il successo non si perdona. Non perdonano la mancanza di noia del racconto, un plot narrativo godibile, l’assenza di meta narrazione e l’abiura dei periodi ellittici (?)

Addirittura, il noto accademico Romano Luperini, critico stimato e riconosciuto, si lancia nell’affermare che nell’apprezzamento generalizzato e popolare per i libri della Ferrante ci sia “una sorta di zdanovismo femminista (cosa?), e cioè un atteggiamento ideologico preconcetto, aprioristicamente favorevole alla scrittura di una donna, o che tale si presenta, a prescindere dai valori letterari dell’opera.”

Ci viene in mente allora lo splendido paradigma di Alberto Arbasino (peraltro scrittore noiosissimo): “In Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di bella promessa a quella di solito stronzo. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di venerato maestro”.

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