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Le radici economiche e geopolitiche della guerra ucraina

by Pietro Spirito

 

Il Paese più esteso al mondo ha aggredito la nazione più estesa dell’Europa. A volte la geografia, la storia e l’economia sono matrici efficaci per conoscere le ragioni che stanno alla base delle guerre, più che le ideologie, i nazionalismi, le ambizioni politiche del potere. Le antiche contrapposizioni tra struttura e sovrastruttura tornano a volte comode per comprendere meglio i fatti che si presentano spesso sotto una coltre di fumo.

Ci guida in questa lettura il libro di Antonio Maria Costa, “La guerra di Putin. Attacco alla democrazia in Europa”, Gribaudo. Si può leggere anche così la guerra che la Russia ha avviato con l’invasione dell’Ucraina, destabilizzando le relazioni internazionali che erano state costruite nell’arco degli ultimi tre decenni.

La Russia si estende per undici fasce orarie, 17 milioni di kmq, mentre l’Ucraina ha una superficie di 600mila kmq.: anche le grandi dimensioni che si confrontano determinano la centralità di questo conflitto, unitamente alle implicazioni che derivano dai vincoli al commercio di prodotti agricoli ed alle pressioni sui prezzi delle materie prime energetiche.

La Russia è un gigante con i piedi d’argilla: primo Paese per estensione nel mondo, ma undicesima economia mondiale, nonostante la concentrazione del 30% delle risorse naturali del pianeta. Possiede le maggiori riserve mondiali di gas naturale, le seconde più grandi riserve di carbone e l’ottava maggiore riserva di petrolio. Nel 2021 il settore energetico ha rappresentato il 40% delle entrate del bilancio ed il 60% delle esportazioni.

Mentre siamo ancora immersi nelle cronache di un conflitto militare durissimo, cominciano ad emergere alcune delle tendenze che caratterizzeranno anche il dopoguerra. All’interno della società russa, che è la black box a noi più ignota, cominciano a muoversi tendenze destinate ad essere fatturi strategici di riferimento per gli scenari futuri.

Nei soli primi due mesi di conflitto mezzo milione di giovani russi sono emigrati verso Paesi vicini: una vera e propria fuga dei cervelli. Una divergenza generazionale è destinata ad essere fatto costitutivo per i prossimi decenni nella evoluzione della Russia. Si determinerà certamente anche una riorganizzazione dei rapporti di potere tra il Cremlino e gli oligarchi, non solo perché molti sono stati assassinati dai servizi segreti nel corso di questi mesi, ma soprattutto perché la concentrazione di queste ricchezze private è aggredita sia dalle sanzioni occidentali sia dal nazionalismo militare di Putin, che ha bisogno di crescenti ricchezze per continuare a perseguire i suoi disegni egemonici.

Prima della guerra ucraina la ricchezza all’estero degli oligarchi russi era pari ad oltre 1.000 miliardi di dollari, equivalente a due terzi del Pil russo. Il profilo proprietario del capitalismo russi sarà alla fine profondamente riscritto, pur se le operazioni di camuffamento degli assetti azionari non consente letture semplici. A Londra sono presenti più di 4.000 società russe intestate a bambini con età inferiore a due anni. I veli che si frappongono alla conoscenza effettiva dei proprietari ha reso meno efficace anche l’applicazione delle sanzioni occidentali.

Alla fine del conflitto in ogni caso il peso degli oligarchi sarà ridotto, a vantaggio di un più diretto ruolo dello Stato nell’economia: si tratta di una “cinesizzazione” dell’economia russa, che porterà anche ad un riassetto delle relazioni internazionali. La frontiera orientale ridisegnerà un mondo diviso nuovamente in blocchi. Sarà durata poco l’illusione di una caduta dei muri, anche perché molti altri per altre ragioni sono stati costruiti durante l’ingenua convinzione che il mondo andasse verso una irenica fine della storia.

Tante altre sono le chiavi di lettura che il libro di Antonio Maris Costa ci offre: militare, digitale, strategica, religiosa, storica, mediatica. A questa nuova complessità dovremo abituarci. Solo una capacità di lettura che abbracci le dimensioni differenti che compongono la complessità ci possono restituire strutture interpretative per stare fuori dai perimetri della propaganda, che oggi imperversa – come sempre – durante le guerre.

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