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Lombardia Fase 2: qualcosa non torna

by Redazione
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Due novità, in tema di prevenzione e lotta all’epidemia, sono state decise da Regione Lombardia mercoledì: tamponi a domicilio e tracciamento dei contatti. Saltato all’ultimo momento l’obbligo per Ats di farli entro 48 ore. Saltato il via libera ai test sierologici pagati dai privati. Ed un macigno che pesa moltissimo: 700 contagiati “vecchi” in un giorno. A questo punto è bene fare un passo indietro per capire il quadro della situazione.

Atteso che 700 nuovi contagiati in tutta la Regione restano un mistero (nonostante il forte ottimismo del vice Governatore che diceva che il nostro R0 andava meglio di quello nazionale), c’è qualcosa in generale che non torna. Queste persone si sono ammalate, questo è certo, in pieno lockdown. Non solo. Si sono ammalate in molti casi diversi giorni fa. Il numero più clamoroso sono i 31 casi che ci trasciniamo da Aprile. Quindi i test stanno tardando anche 7-10 giorni. Mostrandoci un quadro non del tutto uniforme.

Da questo quadro nasce l’ipotesi di bloccare la Fase 2 in caso di Rt (media di nuovi contagi a 7 giorni) di 500 contagi al giorno. Ma il condizionale è d’obbligo. Perché qui i numeri non sembrano assoluti. E tutto discende, ancora una volta, dall’assenza di una medicina del territorio capillare. Abbiamo scritto prima che è saltato l’obbligo del tampone nelle 48 ore. L’assenza di questa puntualità nella misurazione potrebbe essere in grado, da sola, di far nascere dubbi su ogni misurazione, come la media dei nuovi contagi.

E se è saltato, il motivo è semplice: mancano le equipe sul territorio in grado di farli. Già il 13 Aprile i sindaci Lombardi avevano scritto alla Regione chiedendo a che punto fossero le unità di intervento sanitario (USCA) dedicate al Covid. Il cui numero, a loro avviso, era del tutto insufficiente. L’Assessore alla Sanità aveva risposto: le USCA “sono in rafforzamento costante e continuo. Abbiamo avuto delle criticità sui camici che speriamo di risolvere in settimana con aziende italiane e lombarde che stanno attendendo le ultime certificazioni”. Tre settimane dopo pare che qualcosa non abbia funzionato.

E saltando questo sensore del territorio, è prevedibile che potremmo trovarci indietro nel tentativo di tracciare i passi più recenti del virus. Sperando di non riempire nuovamente le strutture ospedaliere. Con due buone notizie, però: strutture Covid e non Covid saranno nettamente differenziate. E poi che gli ospedali possono riconvertirsi velocemente al 70%, evitando quindi gli (inevitabili) ritardi di inizio marzo.

Resta, però, il principale problema: sembra mancare, al centro della strategia, un ripensamento generale della struttura dei medici di base, uno degli elementi più critici dell’organizzazione Regionale da ben prima della pandemia. A questo argomento non è stata dedicata particolare enfasi. E questo rischia di essere un grave problema.

In generale, curare i pazienti a domicilio (come sta avvenendo nelle ultime settimane invero) pare il modo migliore per limitare il contagio. Per riuscirci ci vogliono equipe sul territorio, molti più laboratori di analisi e tutti gli aiuti (dalla sierologia di massa ai tamponi su aree vaste) di cui disponiamo. Bere il Prosecco ai Navigli, strategia nobile, sia chiaro, è però poco efficace.

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