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Non siamo una generazione di untori

by Luca Rampazzo
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Sala, a parole sue, si è molto incazzato per la movida sui navigli. Conte ci ha spiegato che non è tempo di party. Le Università sono chiuse, i locali funzionano a singhiozzo e ogni due per tre finiamo sulle pagine Facebook del popolo delle Sentinelle Boomer. La Polizia del Divertimento passa il tempo a misurare le distanze tra di noi. E questa cosa sta diventando un filino insopportabile. Questo paese ha la peculiare caratteristica di vederti sparire dopo i 18 anni e di farti ricomparire, forse, dopo i 40. In mezzo c’è una sterminata prateria di somma indifferenza.

Quando va bene, ovviamente. Se va male diventi il numero pubblico numero uno. Il tutto in un paese dove i contagi, i focolai del morbo, sono concentrati in case di riposo e ospedali. Tutti posti dove la maggior parte di noi non mette piede. Avete sentito qualcuno in tv criticare le brutte abitudini dei nostri nonni? No? Strano. Eppure è un paese che riapre i mercati rionali e tiene chiusi i cinema. Pensiamoci un istante. Il mercato rionale, per quanto all’aria aperta, è un posto frequentato da persone a rischio, difficile, se non impossibile, da sanificare e perfetto per far circolare il virus.

Il Cinema è frequentato da giovani, è facile da gestire online, ha file ordinate e separate. È igienizzabile senza grossa spesa. Ma i primi sono aperti, i secondi no, almeno per altre tre settimane. Ovviamente, non credo serva ricordarlo, non è un paese per giovani. E non lo è da almeno vent’anni. O siamo cervelli in fuga o non contiamo nulla. Ma finiamola qua con i piagnistei. Nella sola Milano abbiamo contribuito a far nascere più di tremila imprese in piena quarantena.

I più sfortunati di noi hanno visto già tre crisi (2008, 2011 e 2020). Eppure ci siamo rialzati. È nostro dovere e non ci sottraiamo. Anche, se, obiettivamente, un problema generazionale c’è. Non per fare i pedanti, ma la generazione che ha lottato per l’abolizione della leva oggi la reclama a gran voce. Per disciplinarci, dicono. Il sospetto che tra i sostenitori più accaniti di questo gran ritorno ci siano quelli che girano con la mascherina sotto il naso mentre fumano fuori dal bar è forte. E questi periodici ritorni di fiamma contro chi ha meno di 40 anni oggi vive il suo periodo dorato.

Siamo indisciplinati, inclini a sentirci immortali e per questo spinti ad ignorare misure di sicurezza? Sì, in parte. Si chiama essere giovani. Ed è pericoloso, non lo neghiamo. Però, come si dice da questa parti, mollateci. Non è possibile che questa pandemia sia interamente da imputare al popolo degli spritz. È disumano.

Su noi, stagisti lasciati a casa senza prospettive o ristoro economico. Su di noi, giovani professionisti in balia di casse degli Ordini vuote e ostili. Su di noi, che con poco o nullo merito di credito abbiamo problemi a farci prestare soldi pure se garantiti dallo Stato. Sì, vero, avevo detto di tagliare i piagnistei. Ma questi non sono capricci. Sono i segni più sicuri e meno confutabili di una società invecchiata male. Che ci tratta, al di là di ogni logica e senso come dei costi.

Noi non siamo un costo, non siamo un problema e non siamo quelli che porteranno l’Apocalisse. Siamo il proletariato del terzo millennio. Senza voce, senza rappresentanza e senza alcuna voglia di perdere tempo. Il paese può ancora capirlo. Se fallirà questa chiamata, sempre più di noi voleranno via, verso altri lidi. Se non siamo apprezzati, se di noi ci si ricorda solo per insultarci, tanto vale andare in una terra straniera di cui capiamo poco la lingua. Almeno gli insulti ci faranno meno male.