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Nuovi amori

by Luigi Gravagnuolo
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L’Italia è su una malinconica china di decadenza perché nessuno da un trentennio a questa parte riesce a fare le riforme che servono, né a restaurare i vecchi sistemi di governance. E nessuno riesce a fare le riforme o la restaurazione perché sia i riformisti sia i conservatori hanno imbarazzo a riconoscersi della stessa parte.

La narrazione per la quale i riformisti stanno a sinistra e i conservatori a destra, già offuscata negli anni ‘80, col riformista Bettino Craxi additato dalla sinistra come il peggiore tra i reazionari, si è fatta davvero problematica dopo la fine della prima repubblica.

Di fatto oggi i riformisti si collocano tanto nello schieramento della destra, quanto in quello della sinistra. Così come i conservatori e, di recente, anche i populisti, il terzo polo emerso nel nuovo secolo.

Quanto a quest’ultimi, sono stati prima accolti servilmente dai due schieramenti tradizionali, che hanno loro consegnato il timone della nave, specie a destra; poi sono stati sopportati, infine marginalizzati o fagocitati. A destra i FdI hanno deciso, ai confini dell’autolesionismo, di facilitare la propria marginalizzazione e di restare fuori dal governo Draghi, mentre la Lega ha fatto presto a convertirsi all’europeismo e ad abbandonarli al loro destino. A sinistra il M5S è imploso, con una parte che tenta avventure alternativiste ed un’altra che, buttata a mare la zavorra populista, si è fatta più realista del re.

I riformisti ed i conservatori, per parte loro, presenti nei due schieramenti tradizionali, ne sono tuttora prigionieri.

Sono dinamiche politiche non solo italiane, però in altri Paesi la matassa è stata sciolta.

In Francia c’era una situazione analoga alla nostra attuale. Fu Macron a rompere gli schemi ed a chiamare tutti i riformisti a seguirlo uscendo ciascuno dai propri steccati. Sfidò sia la destra che la sinistra e vinse. Negli USA recentemente Joe Biden ha avuto la meglio su Donald Trump in un confronto uomo contro uomo.

Macron fu aiutato dalla costituzione della repubblica francese e dal sistema elettorale a doppio turno. La prima configura l’assetto dello stato francese come ‘presidenziale’, mentre la legge elettorale prevede l’elezione diretta del presidente-capo dell’esecutivo attraverso il doppio turno. Negli Stati Uniti il corrispettivo del primo turno elettorale alla francese sono le primarie, normate per legge ed al riparo da brogli. Sia detto a latere: ben altra cosa rispetto alle nostre taroccate primarie del centro sinistra!

Entrambi i sistemi costituzionali ed elettorali, il francese e quello statunitense, favoriscono la sintesi delle offerte politiche intorno ad un leader, unica chance nella società liquida per tenere insieme le anime affini.

Invece la nostra costituzione parlamentare e le nostre leggi elettorali, peraltro permanentemente mutevoli come gli umori degli psicolabili, non aiutano l’emersione delle leadership, quindi ostacolano le aggregazioni culturali, programmatiche e politiche.

Ora abbiamo il governo Draghi, con compiti di straordinario rilievo, ma circoscritti a pochi obiettivi e limitati nel tempo. Peraltro, Draghi per se stesso non ha ambizioni di capo politico e non cadrà nella trappola di Monti e di Conte. Sotto il riguardo squisitamente politico il suo governo sarà il notaio dei divorzi nelle vecchie famiglie ideologiche, il ruffiano dei nuovi amori ed il celebrante dei nuovi matrimoni.

Sarà per un anno, sarà per due, ma nel comune cimento per il governo del Paese si ritroveranno sullo stesso tavolo di Palazzo Chigi ogni giorno sia i conservatori sia i riformisti dei due schieramenti. Affronteranno gli stessi problemi e ne cercheranno le soluzioni con visioni diverse, mediate volta per volta dal capo del governo. In questa fabbrica i riformisti si annuseranno con i riformisti, si riconosceranno e alla fine si innamoreranno reciprocamente. Ed i conservatori con i conservatori.

Nel seno del governissimo è in incubazione, dunque, un bipolarismo di nuovo conio più coerente con i nostri tempi. Con un problemino non da poco, però. Chi saranno i leader dei due schieramenti? O dei tre se ci aggiungiamo i populisti?

Senza una Costituzione aderente alla contemporaneità e senza una legge elettorale che possa accompagnare questi processi, rischiamo di dover assistere all’interno di ogni componente politico-culturale ad una lotta tra aspiranti leader narcisi. Ognuno col suo logo, le sue liste e i suoi voti risicati.

Speriamo solo che la democrazia, già provata e stanca, alla lunga non collassi e che il popolo, sfiancato, non si rassegni infine a delegare ad un nuovo uomo della provvidenza le sorti del nostro Paese.