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Ragionando sulla pace, in tempo di guerra.

by Angela Senatore

 

Nel contesto nel quale viviamo, con una guerra così vicina nella nostra Europa, guerra che non ci aspettavamo e che ci ha trovati del tutto impreparati, parlare di pace risulta quanto mai complesso e, forse, potrebbe apparire quasi presuntuoso pensare di poter affrontare un ragionamento e trovare soluzioni quando sul campo, malgrado gli sforzi, non c’è al momento neanche lo spiraglio di una tregua.

Ciononostante, a parlare di pace ci ha provato lo scorso mercoledì l’associazione Memoria in Movimento, nella cornice quanto mai adatta del Convento di San Francesco e Sant’Antonio a Cava de’ Tirreni.

Punto di partenza del dibattito, o forse pretesto dal quale prendere le mosse, la presentazione del libro di Gianmarco Pisa, dal titolo “Di terra e di pietra. Forme estetiche negli spazi del conflitto, dalla Jugoslavia al presente”. L’autore, operatore di pace oltre che autore di varie pubblicazioni sul tema, è stato al centro di una tavola rotonda con i relatori Alfonso Conte, Luigi Gravagnuolo e Franco Bruno Vitolo. A Maria Di Serio, il delicato compito di coordinatrice dell’incontro.

Compito delicato perché, come ci si poteva aspettare, la discussione ha assunto presto toni abbastanza accesi, conseguenza naturale dell’attuale contesto storico e della tensione emotiva che si vive intorno al tema.

Sicuramente siamo tutti d’accordo che se chiedessimo in giro “cos’è la pace?”, probabilmente la definizione più immediata che ci verrebbe fornita è quella al negativo, pace come assenza di conflitto. C’è tuttavia una pace forse più duratura, più solida, è quella definita al positivo come armonia ed equilibrio tra le genti. È a gettare le basi per questa cultura della pace, che parta dal basso, che si rivolge Gianmarco Pisa, anche col suo libro che, in maniera molto interessante, confronta opere d’arte e sentimenti di pace o di guerra, come di libertà o di oppressione. Le opere d’arte mutano nel tempo, vengono sostituite, demolite, accantonate o al contrario restaurate e riportate in vita in base al sentimento della nazione, dello Stato, del popolo. Ed è possibile comprendere molto dei rapporti tra Stati, tra etnie, nel corso del tempo e della loro evoluzione, partendo dall’osservazione di tali opere d’arte, siano esse palazzi, statue, fontane, obelischi, quadri, cimeli di qualsiasi natura.

In verità, comunemente si assiste a tentativi dal basso di intervenire in processi decisionali rinviati ad autorità pubbliche (statali o sovranazionali), tentativi tuttavia che spesso restano inascoltati. Sembra ci sia bisogno di un ripensamento tanto delle organizzazioni sovranazionali come l’ONU che, proprio con questa guerra, sta dimostrando tutti i suoi limiti, ma anche l’Unione Europea, alla quale è richiesta una scelta o uno scatto di volontà, se vuole davvero evolversi verso l’ideale per il quale è nata. Ma sembra sia necessario anche un ripensamento degli Stati nazionali il cui modello evidentemente è adatto ad un certo tipo di realtà ma non a tutte le realtà esistenti e soprattutto sembra inadatto laddove in uno stesso Stato convivano etnie diverse con cultura e lingua diversa.

Tuttavia, se quando si affronta il tema in generale, alla lontana diciamo, vi è accordo, concordia generale, cosa succede quando si entra nel concreto, quando sul tavolo si porta la discussione sulla pace nel conflitto tra Russia e Ucraina? Qui, per forza di cose, il tono della discussione cambia perché c’è chi quella guerra la sente sulla sua pelle, nelle vene, e allora parlarne in termini generali e quasi asettici brucia dentro.

Di chi è la ragione nel conflitto? Se la Russia, Putin, ha invaso l’Ucraina è possibile dargli il beneficio di qualche dubbio sulla sua azione bellica o va condannato in toto? Qual è stata fino ad ora la vis diplomatica esercitata dagli organismi nazionali e sovranazionali per la risoluzione di questo conflitto? Si è fatto troppo poco a livello diplomatico? L’invio delle armi da parte degli Stati terzi a favore degli Ucraini come va inteso? E la stessa Resistenza ucraina può essere paragonata alla Resistenza italiana? Vi è un diritto legittimo di difesa degli Ucraini? Ripudio della guerra cosa significa?

Queste le domande più scottanti emerse nel corso della serata.

Chi scrive ritiene di sentirsi vicino a quanti dicono che la Resistenza ucraina sia sacrosanta e che può sembrare facile, scontato, indubitabilmente giusto predicare ed esercitare la non violenza ma, se sono a rischio i propri beni, i propri cari, il proprio mondo e la stessa vita, è valido ancora il principio della non violenza? Questo mi sembra sia il koan fondamentale dell’uomo: nella scelta tra la propria morte e quella del proprio aguzzino, chi sceglierebbe di immolare sé e coloro che ama?

Certo è che, se anche Papa Francesco si mostra dubbioso nell’intervista al Corriere della Sera dello scorso 3 maggio, non saremo certo noi a poter avere o dare certezze.

Nel frattempo, ci stiamo avvicinando in maniera rapida a quel 9 maggio che avrebbe dovuto segnare una data di svolta ma il cui approssimarsi purtroppo osserviamo con lo sconforto di chi è consapevole che non sta accadendo nulla di positivo, né coglie segnali di speranza in tal senso.

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