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Resilienza e sostenibilità

by Carmela Merone
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L’Autrice è dirigente scolastico presso il Ministero dell’Istruzione

Il Covid-19 ha riportato l’utilità al centro del vivere, ha rimosso il futile attraverso azioni e strategie, per ricercare volontariamente la semplicità. Per dirla alla Zygmunt Bauman siamo riusciti a spostare l’attenzione dall’impulso all’acquisto, dalla materialità, all’importanza dell’altro, alla comunità, per ritrovare noi stessi e per dare valore al tempo. In tale prospettiva si incomincia a parlare di frammentazione della globalizzazione, andando incontro a una serie di paradigmi e modelli alternativi, a sfide. Si è passati da una società solida, ad una “modernità liquida”, sciolta, che tuttora esiste perché mantiene la propria forma, ma la paura del cambiamento, permanente dell’essere umano, ci sta facendo vivere una situazione di incertezza, difficile da interpretare, dove i confini sociali sembrano perdersi, unitamente agli usi e costumi. La seconda sfida è quella che ci permette di assistere all’intenso mutamento tra le culture e tra le civiltà, tanto sul piano nazionale quanto su quello internazionale. La terza è la crescente contrapposizione tra la globalizzazione, tra l’economia e la cultura, come senso di appartenenza al proprio territorio, al modello dell’agire strumentale e strategico per spiegare le scelte di mercato e finanziarie degli operatori economici. Il virus appare allora per quel che è: fa paura, perché mette in discussione tutto quello che abbiamo costruito, attenta alla nostra sicurezza, è cinico, e Bauman l’avrebbe chiamato il “demone della paura”, perché è difficile da individuare e non sappiamo cosa ancora aspettarci. Una cosa è certa che la sfida è complessa e che per vincere dobbiamo orientarci tutti nella stessa direzione. Attualmente l’emergenza sanitaria globale del Covid-19, iniziata in Cina, ha evidenziato che lo sviluppo economico basato sulla crescita materiale e monetaria è causa di molti problemi. Una crescita che ha riguardato la Repubblica Popolare Cinese, una nazione al centro di un sistema commerciale globalizzato, nonostante abbia scarsi risultati in termini di protezione ambientale e diritti umani.

La crisi ci sta facendo capire che il progresso economico di una nazione si misura non nell’aumento continuativo e quantitativo dei beni materiali ad ogni costo, ma nella diversificazione, nella resilienza e nella sostenibilità. Secondo Antony Giddens il fine ultimo della “terza via” è di  aiutare i cittadini a trovare la propria strada (individualmente) attraverso quelle che chiama “le principali rivoluzioni del  nostro tempo: la globalizzazione, le trasformazioni della vita personale e il rapporto con la natura”. Questa situazione commerciale di blocco che stiamo vivendo deve farci riflettere su un punto, ora più che mai decisivo: rendere operante l’economia circolare locale. Fantastico il “modello circolare”. Nel 2019 il Rapporto nazionale sull’economia circolare in Italia, redatto dal Circular Economy Network, ha visto la nostra Nazione davanti al Regno Unito, alla Germania, alla Francia e alla Spagna, per l’utilizzo efficiente delle risorse, delle materie prime e seconde, per la produzione innovativa, il consumo e la gestione dei rifiuti. Tuttavia, nonostante questo momento di crisi, per restare ai vertici, bisogna conservare e implementare il cambiamento avviato. Dello stesso avviso è la Commissione per l’ambiente del Parlamento europeo che pensa ad un pacchetto di misure per la ripresa che si basino sulla strategia dell’European Green Deal e la crescita sostenibile.

Attualissimi sono i sistemi produttivi che dalle materie prime “recuperate” rigenerano e non distruggono prematuramente prodotti finiti. Questo vale anche per il recupero e il riutilizzo delle acque sporche, dei materiali organici di scarto, per il compostaggio (fertilizzanti naturali) e/o produzione di bioenergia, pannelli a risparmio energetico, il tutto rappresenterebbe una fonte di lavoro locale, accompagnata da un’organizzazione efficace ed efficiente nel rispetto del proprio ambiente. Tutto è destinato ad esaurirsi, l’Italia ha delle grandi potenzialità e deve ora pensare ad un’economia che dia dei risultati a lungo termine. Qualcosa è stato fatto, ma bisogna che ogni regione, ogni città, ogni paese e ogni borgata, dia avvio ad un sistema completamente nuovo, attraverso modelli di business diversi, la gestione dei rifiuti e dell’inquinamento. Un’economia che crea più opportunità di lavoro resistenti alle crisi: settore agricolo, industriale, finanziario, di design, di moda, del cibo con prodotti biologici. L’intero territorio nazionale deve essere un termometro per misurare la crescita della sostenibilità e le Istituzioni scolastiche, gli enti locali, le associazioni, le cooperative, le fondazioni, le imprese… devono portare avanti iniziative congiunte per diffondere l’economia circolare, la salvaguardia della biodiversità. Importante è la riflessione su come lo sviluppo economico deve tenere in considerazione l’impatto sull’ambiente e sulle relazioni sociali. I cittadini di oggi, ma soprattutto quelli di domani, devono essere consapevoli che la sostenibilità non riguarda solo l’ambiente, ma anche l’economia (consumi, povertà, nord e sud del mondo) e la società (diritti, lavoro, pace, salute, diversità culturali). Essa è una scelta che si traduce in comportamenti concreti e che ha bisogno di una cultura della complessità. Parlare di educazione e economia circolare significa saper interpretare e governare gli sviluppi economici, sociali e ambientali della nostra età, nell’ottica di un miglioramento della qualità di vita delle persone, delle collettività, valorizzando le diversità individuali, confrontarsi come direbbe Edgar Morin con la complessità nel comprendere, nell’operare e nel comunicare. Non basta l’offerta formativa ricca di progetti e laboratori, che spazia dai cambiamenti climatici al cibo, dal consumo critico ai rifiuti, dal riuso alla biodiversità, dalle risorse naturali alle energie. E’ necessario che ci sia la “cultura” della sostenibilità e per avere questo, c’è bisogno di investire nell’educazione ambientale, monitorare, valutare e orientare il cambiamento verso una società sostenibile vissuta da tutti gli stakeholder attivi e consapevoli.

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