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Se n’è andato ieri Gennaro Sasso, un grande maestro

nato a Roma nel 1928

by Bruno Gravagnuolo
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Se ne è andato un grande maestro, forse l’ultimo della filosofia come scienza teoretica rigorosa. Gennaro Sasso nato a Roma nel 1928. Professore emerito alla Sapienza di Roma e ordinario dal 1962 di storia della filosofia e poi di filosofia teoretica. Una intelligenza tagliente e implacabile, che aveva iniziato il suo percorso con altrettanti maestri di rilevo, come Federico Chabod e Guido Calogero e Benedetto Croce sullo sfondo, nelle stanze del celebre Istituto Croce di Napoli di cui fu anche membro del comitato scientifico, alieno come era da cariche pubbliche e onori accademici, benché ormai celebrato Linceo. Gli esordi sono su Machiavelli e la storia della storiografia, ma ben presto l’acume storiografico e problematico che da sempre lo caratterizzava si trasforma in demone teoretico e logico filosofico, che lo porterà a coltivare ancora la storiografia ma con perfetta scissione del piano storico da quello ontologico. Talché Machiavelli e Dante resteranno comunque tra i suoi interessi dominanti, ma riattraversati come occasione per rilanciare quella che fin dagli anni Sessanta diventerà la sua passione dominante. L’Ontologia laica non teologica e antimetafisica.

Soleva dire infatti che la filosofia aveva fatto solo due o tre passi avanti nella storia, e che la storia come tale non era criterio risolutivo dei problemi filosofici, ma al più terreno di sperimentazione logica e di ritorno di perenni problemi insoluti, non per questo insolubili alla ragione scevra da passioni o interessi. Dunque l’Essere incontraddittorio, il divenire, il tempo, la contraddizione logica e il Nulla ovviamente.

In un famoso scritto Laterza dei primi anni Sessanta – “Passato e presente nella Storia della filosofia” – aveva infatti sostenuto che la domanda di verità, seppur avesse mai una genesi passionale o persino nevrotica, aveva una sua insopprimibile cogenza e spinta. Che costringeva chi la metteva in dubbio con categorie psicologiche, a far comunque ricorso a una idea presupposta di verità logica. Idea che dunque come esigenza si giustificava e si sviluppava per autonoma necessità logica. Di qui in Sasso, la strenua difesa di una filosofia come ricerca dell’Essere che non poteva sbriciolarsi in storia o in storicismo, ma esigeva fondazione e deduzione pura – trascendentale – della verità. Deduzione della certezza, insomma, incontraddittoria e aliena da ogni contaminazione storica col tempo. In una prospettiva totalmente antistoricistica e antidealistica, e pertanto antimetafisica, che bandiva ogni veritas filia termporis “per la contraddizion che nol consente”, per dirla con il suo amato Dante. Un Dante riletto come mente apocalittico della eclissi del Medioevo imperiale. E si veda al riguardo la bella intervista con Antonio Gnoli in “Dante la mente apocalittica” Treccani 2021. Lo schema di indagine di Sasso sulla irriducibile verità del pensare a storia o a ermeneutica – se non come base filologica o regesto di idee – tornava sempre con ostinazione nelle lezioni su Parmenide, Platone, Aristotele libro gamma in specie e “Fisica”. E su Hegel e Kant. Due cavalli di battaglia a lezione e negli scritti. In particolare: il Cominciamento della Logica, e la dialettica trascendentale. Sempre lo stesso tema: la contraddizione da snidare, l’aporia, il non poter procedere. Ma al contempo il non poter recedere! Perché ripeteva Sasso con Kant, è vero che la ragione si imbatte in limiti invalicabili. Ma è altresì vero che la struttura del pensare si imbatte poi necessariamente nel problema, è “problema necessario”, e come tale gli va data soluzione.

Sasso perveniva in due mosse alla “soluzione”. La prima fu lo scindere il discorso sulla verità dell’essere, dalla storicità e dal tempo. La seconda fu quella dell’Essere come negazione. Titolo di uno dei suoi volumi chiave, “Essere e negazione”, Morano 1987. Dove la congiunzione “e” era in realtà copula: essere è negazione. Stante che la verità incontrovertibile dell’Essere, come certezza non contraddetta dalla temporalità, balzava fuori dalla negazione stessa del suo contrario. Dal non essere, dal nulla assoluto in sé impossibile e da ogni nulla che era poi ogni falsa e contraddittoria affermazione, rinviante aristotelicamente alla verità del suo contrario.

Il Nulla, dunque, come paradigma logico linguistico respingente, che affermava l’Essere, auto annullandosi. L’Essere, insomma, come contraccolpo negativo della non verità, ossia affermazione del suo contrario.

Certo, fino a prova contraria nel campo delle affermazioni dialogiche ed empiriche. Ma come prova assoluta invece, sul piano ontologico della inesorabilità dell’Essere in quanto verità.

Alla fin fine in Sasso tutto questo era un orizzonte non predicabile, ma altresì vero, almeno come orizzonte e idea limite trascendentale, svincolato da ogni esperienza e interno alla sola necessità del pensare. E del pensare come essere- pensiero. Su questo emergeva però la disputa con il suo allievo più coerente e rigoroso: Mauro Visentin, da poco scomparso l’autore di “Ontologica” (Bibliopolis, 2015) con il quale il confronto a distanza restò tenace e irrisolto. Da un lato Sasso reputava che – malgrado la scissione necessaria tra verità ed ente – un riflesso di pensiero dovesse pur esserci nella coscienza del pensante. Dall’altro Visentin affermava di contro che il rapporto tra coscienza ed essere finito era solo asimmetrico. Il pensante mortale scopriva quindi in sé la sua finitezza e la necessità logica dell’Essere. Ma non c’era per Visentin alcun rapporto logico tra necessità indifferente del senso muto dell’Essere e la coscienza pensante immersa nella insensatezza del divenire.

 

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