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A vent’anni da Genova G8

by Luigi Gravagnuolo

Su iniziativa dell’associazione Memoria in Movimento si è tenuto martedì scorso a Baronissi un confronto sui fatti di Genova 2001.

Nel luglio di quell’anno si sarebbe tenuto a Genova il G8 ed un’aggregazione di organizzazioni alternativiste, riunite nel Genova Social Forum, chiamò i movimenti antiglobalisti ad una manifestazione di protesta. Che ci fu, imponente, circa trecentomila partecipanti.

Senza dilungarmi sulle dinamiche, ampiamente accertate e documentate dalla magistratura nazionale ed europea e dalle inchieste giornalistiche, ne ricordo il bilancio: il giovane Carlo Giuliani ucciso, 560 feriti, 360 tra arrestati e fermati, 25 milioni di danni, 62 manifestanti e 85 rappresentanti delle forze dell’ordine sotto processo.

In verità il primo giorno, 19 luglio, tutto si era svolto in modo pacifico. Il giorno dopo fu l’inferno. In mattinata le forze dell’ordine attaccarono deliberatamente e violentemente i manifestanti. Vollero e cercarono la rissa. Nel pomeriggio la reazione rabbiosa. Gli scontri, un macello.

Carlo Giuliani fu colpito alla testa da un proiettile sparato dal carabiniere Mario Placanica, in servizio su una camionetta che il ragazzo stava assaltando agitando un estintore tra le mani. Il suo corpo esangue fu travolto sotto le gomme della jeep.

Non finì lì. All’alba del giorno dopo la polizia fece irruzione nella scuola Diaz, dove molti giovani manifestanti si erano rifugiati per dormirvi. Bastonate, sevizie, arresti arbitrari. Quindi, nella caserma Bolzaneto, torture ai fermati. Ripeto: TORTURE, non è una parola banale.

Una parte dei responsabili di quegli atti, i pesci piccoli, sono stati riconosciuti colpevoli e condannati dai tribunali penali, sia pure con pene lievi. Nessuna indagine penale né processo, né condanna per quelle che l’ex capo della polizia, Franco Gabrielli, ha definito le responsabilità ‘sistemiche’.

Torniamo al confronto di Baronissi. Fabio Alberti, dell’Associazione ‘Un Ponte per’, che in quanto membro del GSF prese parte agli incontri preliminari tra il Forum e la Questura, ha affermato che le forze dell’ordine violarono deliberatamente ed unilateralmente gli accordi presi nei giorni precedenti. Accordi che, a suo dire, avrebbero garantito lo svolgimento pacifico dei cortei. La manifestazione, dunque, voleva essere pacifica e tale era stata il pomeriggio del 19. Se si arrivò alla ‘macelleria messicana’, fu per la volontà deliberata delle forze dell’ordine di arrivare allo scontro. Giusto, corretto.

Però, già nelle premesse la manifestazione non si annunciava pacifica.

Seattle 1999, Washington, Praga, Montreal, e Nizza 2000, Davos e Napoli 2001, da un paio di anni i black bloc, gruppi antagonisti organizzati, approfittavano di queste manifestazioni per scatenare l’iradiddio. Avevano ben chiarito all’universo mondo che a Genova ci sarebbero stati anche loro. E non per distribuire fiorellini.

Quella manifestazione dunque, già nelle premesse, minacciava violenze. Poi ci fu l’aggravante degli accordi traditi dalle forze dell’ordine, certamente per indirizzo dell’allora Ministro dell’Interno, Claudio Scajola, e del Capo della Polizia, Gianni De Gennaro. Cosa gravissima perché lo Stato non deve né provocare, né perdere la testa in questi frangenti. Lo Stato fu fedifrago ma, per dirla tutta, il GSF si dimostrò inadeguato a governare e garantire per l’intera piazza. I black bloc presero il sopravvento.

Questo sul versante della memoria. Ma oggi, cosa resta di quell’esperienza? Francesca Coleti, presidente nazionale ARCI-ARCS, ha ricostruito il dibattito sviluppatosi nelle associazioni alternativiste nei mesi che precedettero Genova. Tre temi furono al centro di quelle discussioni: la partecipazione, la democrazia e i beni comuni. I cittadini partecipano e come alle decisioni politiche? Chi decide, in base a quali procedure democratiche lo fa? Quali sono e chi tutela i beni comuni?

Parlando della privatizzazione dei beni comuni e di come i privati, perseguendo il proprio profitto, li devastino, Francesca ha fatto cenno alle acciaierie di Taranto. Chi e con quali procedure democratiche decise di collocare a Taranto l’industria siderurgica, peraltro senza alcuna cautela ambientale? 

Francesca è una persona intellettualmente onesta ed ha ricordato lei per prima come in realtà la decisione di costruire a Taranto l’industria siderurgica non fu presa da un privato, bensì dal governo dell’epoca e che i problemi ambientali c’erano già prima del passaggio dello stabilimento dallo Stato al privato che oggi ne è proprietario.

Fu dunque un governo eletto democraticamente a prendere quella decisione. Si dirà, ma quale democrazia? Quale partecipazione dal basso ci fu?

E sia, ma siamo sicuri che, alla luce delle conoscenze scientifiche dell’epoca e della povertà dell’area, i cittadini di Taranto, chiamati a partecipare, avrebbero detto no ad un investimento che prometteva migliaia di posti di lavoro e benessere per l’intera città?

Tra un beneficio immediato, rischioso ma certo, ed uno lontano e incerto, gli elettori sceglieranno sempre l’hic et nunc. Il che qualche problema alle convinzioni democratiche lo pone. Ne parleremo nel prossimo pezzo.

(Ph: Ares Ferrari)

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