fbpx
Home City Governance Aree industriali “mai messe”: Liquichimica

Aree industriali “mai messe”: Liquichimica

by Alessandro Bianchi

In Italia il patrimonio dismesso di aree e immobili ha una dimensione enorme e la parte più rilevante è costituita dalle aree industriali che, per le più svariate ragioni, sono state dismesse e per lo più abbandonate creando situazioni di degrado, pericolo, inquinamento che costituiscono un gravame per le amministrazioni che ne sono responsabili.

Non esiste un rilevamento sistematico di questo patrimonio, ma le stime più accreditate convergono ad indicare che la superficie complessiva che coprono è pari a 9.000 Kmq, vale a dire il 3% dell’intero territorio nazionale.

Una delle regioni maggiormente interessate da questo fenomeno è la Calabria, all’interno della quale si trovano alcuni dei casi più eclatanti per la dimensione degli insediamenti e per l’incuria nella quale sono lasciati da decenni, come la centrale elettrica di Rossano, la Pertusola di Crotone, la SIR di Lamezia Terme, la Liquichimica di Saline Joniche.

Quest’ultima, in particolare, costituisce un caso paradossale in quanto si tratta di un’area industriale non dismessa ma “mai messa”, nel senso che non è mai entrata in funzione.

Lo stabilimento era stato finanziato negli anni ’70 nell’ambito del cosiddetto “Pacchetto Colombo” a favore del gruppo svizzero Repower per la produzione di bioproteine sintetiche da utilizzare come mangimi.

L’area prescelta è una salina in disuso situata nella zona a mare del Comune di Montebello Jonico a poche decine di chilometri da Reggio Calabria, che viene prosciugata e bonificata allo scopo. Vengono costruiti i fabbricati di produzione, i silos, gli impianti, la ciminiera e perfino un porto a servizio dell’area industriale.

Nel 1974 lo stabilimento viene inaugurato ma il Ministero della Sanità non autorizza la produzione cosicché non entra mai in funzione e i 700 lavoratori assunti vanno in cassa integrazione, condizione nella quale rimarranno per decenni.

Alla fine degli anni ’90 l’intero complesso viene acquisito da Enichem che a sua volta lo trasferisce al “Consorzio SIPI-Saline Ioniche Progetto Integrato” costituito da imprenditori locali, ma permane una situazione di stallo in quanto non viene avviata né la bonifica del sito né la riconversione degli impianti che vanno progressivamente in degrado, compreso il porto che si insabbia e diventa inagibile.

Nel 2006 il sito e gli immobili risultano di proprietà della “SEI-Saline Energie Ioniche S.p.A.” che presenta al Ministero dello Sviluppo Economico una richiesta di autorizzazione per la costruzione di una centrale termoelettrica alimentata a carbone con relative opere di servizio – porto, sistema di trasporto del carbone, captazione  e scarico di acque a mare – presentando al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM) e al Ministero per i Beni le Attività Culturali e il Turismo (MIBACT) la richiesta di valutazione di impatto ambientale.

Nel 2009 la Regione Calabria trasmette al Ministero per lo Sviluppo Economico (MISE) la delibera con cui non accorda la prevista intesa all’autorizzazione della centrale. L’anno successivo anche il MIBACT rende parere negativo comunicandolo al MATTM, ma nello stesso anno la commissione per la VIA-VAS esprime parere favorevole, cosicché con DPCM 15 giugno 2012 viene decretata l’autorizzazione alla costruzione e al successivo esercizio della centrale a carbone.

La Regione Calabria e alcune associazioni ambientaliste impugnano il DPCM chiedendone l’annullamento, il che avviene nel 2015 per effetto di una sentenza del TAR a seguito della quale la Repower rinuncia all’iniziativa e la SEI viene posta in liquidazione.

La conclusione di questa incredibile vicenda è il completo fallimento dell’operazione industriale, lo stravolgimento di uno straordinario paesaggio marino, i danni causati dalla costruzione del porto e la paradossale richiesta di una centrale a carbone, che hanno determinato come lascito una situazione ambientale di diffuso degrado, di enorme inquinamento e di disagio sociale.

L’unica prospettiva positiva che è possibile intravedere è collegata al  concorso internazionale per la “Riqualificazione del waterfront di Saline Joniche e la realizzazione di un Parco naturale e Antropico”, bandito nel 2012 dalla Provincia di Reggio Calabria e vinto nel 2014 dal gruppo “Autonome Forme” di Palermo che muove dal presupposto che lo stabilimento è la “metafora dello spreco che ha caratterizzato gli anni del boom economico, quando, inseguendo la chimera industriale, i luoghi più belli del sud Italia sono stati stravolti dalla costruzione di impianti e stabilimenti industriali che, senza aver mai creato sviluppo, hanno ulteriormente impoverito i territori e le comunità”. Da qui la proposta di realizzare lungo 8 Km di fronte a mare un Parco naturale e antropico improntato ai principi ecologici, capace di recuperare le devastazioni avvenute nel tempo e di ricostruire un rapporto con il territorio circostante a partire dallo straordinario Borgo di Pentedattilo situato sulle pendici retrostanti.

Un progetto di qualità, che nel 2014 ha ottenuto il Premio Holcim Award e il Premio Urban Promo dell’INU, e sicuramente in grado di avviare un percorso di reale rigenerazione urbana di un territorio martoriato, ma di cui ad oggi dopo altri sette anni si sono perse del tutto le tracce.

0 comment