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Città e Cinema al tempo del Covid

by Ghisi Grütter

L’Autrice, architetto, ha insegnato “Tecniche di Rappresentazione” alla Facoltà di Architettura dell’Università Roma Tre

Durante quest’ultimo difficile e faticoso anno, la condizione di clausura dovuta al virus Covid-19 ha fatto sì che molti luoghi della cultura (gallerie, musei, teatri, auditorium ecc.), a cui aggiungo senza ombra di dubbio le sale cinematografiche, rimanessero chiusi per parecchi mesi sia durante la prima ondata di pandemia, sia di nuovo in questa seconda fase.

Nel corso dei mesi di lockdown l’aver dovuto rinunciare a tutte quelle azioni, piccole o grandi, che costituivano il tessuto connettivo del nostro vivere quotidiano e che aiutavano a costruire i propri riferimenti e sicurezze, ha procurato a tutti un forte senso di destabilizzazione.

Noi amanti del cinema ci siamo attrezzati abbonandoci a varie piattaforme televisive per continuare a vedere i film da casa e, a questo punto, anche la crescente produzione di serie televisive. C’è chi ha perfino cambiato le dimensioni del monitor passando a schermi piuttosto grandi.

Anche gli attori più famosi oggi recitano – anzi spesso ne sono gli stessi produttori – anche nelle serie TV non più considerate un B-side.

Le città americane della East Coast sono di nuovo le protagoniste e in particolare New York torna in auge così come lo è stata nella cinematografia americana degli anni ’60. Infatti, in quegli anni ci fu un notevole cambio delle case di produzione cinematografica, spesso con sede a New York invece che a Hollywood, con un’esplosione di produzioni indipendenti, soprattutto dopo gli inaspettati successi di film come “Il laureato” (1967) di Mike Nichols, “Bonnie and Clyde” (1967) di Arthur Penn e “Easy rider” (1969) di Dennis Hopper. Un esempio di produttore (ma anche regista) di questo periodo è il newyorchese Bob Rafelson – che ha diretto “Cinque pezzi facili” – fondatore della Raybert Production che diverrà poi la BBS, casa produttrice di film quali, appunto, “Easy Rider”. Le sue opere innestano la ricerca di nuove frontiere interiori che vanno al di là dell’immagine alienante imposta dal contesto sociale. La cultura di quegli anni, il dissenso giovanile, il pathos di vivere, la fine del sogno americano, hanno avuto un ruolo importante nella cinematografia americana degli anni Settanta. Si arrivò, quindi, ad una vera e propria frattura tra il cinema hollywoodiano e quello statunitense in generale, e da allora le due cinematografie non poterono più essere identificate.

Tornando alla produzione attuale, come dicevo in apertura, troviamo la produzione di mini-serie televisive interessanti come ad esempio la recente “The Undoing”, un crime-thriller dello show runner David E. Kelly basato sul romanzo You Should Have Known (in italiano Una famiglia felice) di Jean H. Korelitz del 2014.

Diretto dalla pluripremiata regista danese Susanne Bier, la serie Hbo – ora anche in Italia su Sky Atlantic – suddivisa in sei episodi, racconta la storia di Grace Fraser (interpretata da Nicole Kidman, anche produttrice), una terapista di successo che è sul punto di pubblicare il suo primo libro. Ha un marito devoto Jonathan (ben interpretato da Hugh Grant), un amato e stimato oncologo dei bambini, e un figlio adolescente (Noah Jupe) iscritto ad una elitaria scuola privata. Ma qualcosa va di traverso: un violento omicidio e la scomparsa di suo marito fanno catapultare Grace in un mare di dubbi e di paure.

Grace scoprirà una serie di cose tremende sul conto del suo partner, prima fra tutti che proprio lui aveva un’inimmaginabile e segreta relazione con la vittima (Matilda De Angelis) e risulta essere, pertanto, il principale sospettato dell’omicidio.

Ma la vera protagonista della serie è New York, quella dell’Upper East side Manhattan, che ci aveva già fatto conoscere Woody Allen in tante sue pellicole, splendidamente fotografata dal premio Oscar Anthony Dod Mantle (“The Millionaire” 2008).

In “The Undoing” Grace gira a piedi di notte attorno a Central Park tra l’appartamento sontuoso del facoltoso padre Franklin Renner (un magnifico Donald Surherland) e la propria casa a due piani in mattoni rossi. Si alternano immagini dei grattacieli neo-Babilonia a quelle del parco progettato da Frederick Law Olmsted e Calvert Vaux nel 1856. Nicole Kidman indossa capotti chic ed ha sempre un portamento regale come fosse Vanessa Bell, l’elegante sorella di Virginia Woolf.

Per incontrarsi con il padre si danno appuntamento alla Frick Collection davanti a un dipinto di William Turner, mentre per riflettere sull’omicidio e scappare da Manhattan si va nella villa in Shingle style affacciata sul mare a East Marion, nella punta più a Nord di Long Island dove la buona borghesia newyorchese possiede la seconda casa.

Nel suo appartamento sulla 5th Avenue con vista su Central Park, il padre di Grace suona Bach al pianoforte anche se ci dovesse essere la polizia dentro casa, come a sottolineare la superiorità dello status sociale dei protagonisti: magnati, medici e avvocati di successo che mandano i figli a scuole esclusive ($50.000 per anno) e organizzano delle aste per la raccolta di fondi. A tale proposito basterà ricordare che Tom Wolfe coniò il termine radical chic in un articolo su “New York Magazine” a proposito di un ricevimento per una raccolta fondi a favore delle Pantere Nere, che il famoso direttore e musicista Leonard Berstein e sua moglie Felicia Montealegre, avevano organizzato nel 1970.

Così tutti i consigli che la terapeuta Grace ha sempre suggerito alle coppie in crisi che si rivolgevano a lei andrebbero adesso rivolti a se stessa; ad esempio, che il tradimento va perdonato e che si può ricucire la coppia sulla base di una fiducia rinnovata. Sarà in grado di seguirli? E come andrà a finire il processo di lui?

Una piccola curiosità sulla mini serie è che propone come voce della title track la stessa protagonista Nicole Kidman che, istruita dal marito il musicista Keith Urban, interpreta Dream a Little Dream. Le musiche originali sono invece dei fratelli Evgueni e Sacha Galperine.

I “luoghi” della scena urbana sono familiari: i profili dei grattacieli a set-back degli anni Venti, i tendoni agli ingressi delle case di Park Avenue, il Central Park sono diventati i nuovi “monumenti urbani” del primo Novecento che connotano indissolubilmente New York come una elegante vecchia signora il cui profilo non è da confondere con lo skyline disordinato dei grattacieli di questo secolo, delle città asiatiche o degli Emirati Arabi.

A proposito delle case dell’Upper East Side, così scrive Woody Allen nella sua recente autobiografia (A proposito di niente, La Nave di Teseo, 2020): «Questi appartamenti erano enormi, in genere duplex, con tanto spazio vuoto…Tutti bevevano in continuazione e nessuno vomitava. Nessuno aveva il cancro, i tubi non perdevano e, se squillava il telefono nella notte, gli abitanti degli attici di Park Avenue non brancolavano nel buio come mia madre rischiando di rompersi una gamba per cercare l’unico, nero apparecchio di casa e venire a sapere che magari un parente era appena passato a miglior vita. No. Katherine Hepburn, Spencer Tracy, Cary Grant o Myrna Loy allungavano un braccio sul comodino, dove il telefono era solitamente bianco, e le notizie non riguardavano metastasi, trombosi coronariche frutto di anni di cibi con troppo colesterolo, ma dilemmi di soluzione più immediata, tipo: “Prego? Cosa vuol dire che il nostro matrimonio non è valido?”».

Il film di Allen dove è palesemente rappresentata la buona borghesia di Park Avenue, tanto sospirata dal regista, è “Hannah e le sue sorelle” del 1986. Sono rappresentati tutti i “luoghi” dell’Upper East side, dai café alle librerie frequentate da coloro che amano il jazz “in small doses” – come asseriva Fats Waller nel suo musical Ain’t Misbehavin. Questo film ottenne quattro Oscar: la migliore sceneggiatura originale, la miglior regia, migliore attore e migliore attrice (non protagonisti) a Michael Caine e a Dianne Wiest.

Woody Allen adora Manhattan anche in autunno e quando piove e su queste luci particolari costruisce il suo recente film “Un giorno di pioggia a New York” del 2019. Attraverso gli occhi di una giovane coppia formatasi al college si riscontra tutto il fascino della New York vecchia generazione. Il giovane protagonista (interpretato da Timothée Chalamet), vuole essere un Woody giovane, un po’ demodé, innamorato della sua città e dei suoi valori culturali. I due decidono quindi di passare un intero week end nella Big Apple da soli, senza neanche dirlo ai genitori. Lui viene da una famiglia di intellettuali – la madre è una donna dall’educazione un po’ rigida – conosce la musica, suona il pianoforte e vuole mostrare alla sua ragazza i locali “giusti”; amando l’arte la vuole portare a vedere una mostra al MOMA. Lei (interpretata da Elle Fanning), da brava provinciale, è sicuramente eccitata all’idea di andare a Manhattan, anche se sembra sia più entusiasta dell’idea che della reale possibilità di conoscere a fondo la Big Apple.

Una delle ragioni del successo cinematografico e teatrale di New York si riscontra nella presenza del famoso Actors Studio, fondato nel 1947, che ha sempre rappresentato un laboratorio di qualità per il perfezionamento dell’arte drammatica. L’Actors Studio ha tratto origine dall’esperienza del Group Theatre degli anni Trenta, ma il suo metodo fa riferimento, attraverso adattamenti di Lee Strasberg, a quelle dell’avanguardia teatrale russa dell’inizio del Novecento. Esse hanno prodotto un tipo di recitazione caratteristico, fortemente emotivo, come quelli di Marlon Brando, James Dean, Montgomery Clift, Rod Steiger e Paul Newman. Da lì, successivamente, sono usciti grandi attori come Robert De Niro, Al Pacino, Dustin Hoffman, Harvey Keitel, Christopher Walken, cui si sono aggiunti Meryl Streep e Robin Williams.

Inoltre, la diffusione del cinema europeo negli Stati Uniti ha contribuito a considerare il regista come autore facendo aumentare l’importanza di opere di registi come Robert Altman, Woody Allen, John Cassavetes, Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Milos Forman, Sidney Lumet, Sam Peckinpah, Roman Polansky, Sydney Pollack, e tanti altri.

Hollywood avrà una sua rivincita, anche contro la concorrenza televisiva, con la produzione dei cosiddetti blockbuster, film d’azione spesso di fantascienza, ricchi di effetti speciali di tutti i tipi, di immagini computerizzate e di scene spettacolari con battaglie cosmiche. Il target del blockbuster è quello dei giovani, in particolare adolescenti, anche se spesso piacciono anche ai loro genitori.

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