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La serie di Natale: 1 – Dickens

by Piera De Prosperis

Parliamo del Natale. Parliamone attraverso uno dei romanzi più famosi ed emozionanti di Dickens: Canto di Natale del 1847, nel quale l’autore esprime il suo sdegno e la sua protesta civile in generale contro la povertà ed in particolare contro lo sfruttamento del lavoro minorile. Forse anche alla luce di una triste esperienza infantile, quando, per pagare i debiti del padre, fu mandato a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe, dove subì per sei mesi i maltrattamenti del padrone. Nonostante questo, a una prima espulsione del ragazzo dalla fabbrica la mamma insistette perché il proprietario se lo riprendesse ancora per un po’: cosa che Dickens non riuscì mai a perdonarle per il resto della vita.

Ebenezer Scrooge, vecchio spilorcio che nel nostro immaginario ha le fattezze di zio Paperone (Uncle Scrooge), nella notte di Natale viene visitato da tre spiriti: il Natale del passato, del presente e del futuro. Lo Spirito del passato lo riporta alla sua infanzia, quando era stato mandato in collegio alla morte della madre. La festa aveva per lui ancora il sapore delle buone cose e il calore degli affetti familiari. Lo Spirito del presente gli mostra l’infelicità della sua scelta di avidità e solitudine. Tutti festeggiano, anche in povertà, il Natale. Solo lui, senza alcun affetto, si ritrova estraneo all’atmosfera gioiosa ed amichevole. A Scrooge viene mostrato il Natale di gente che riesce a gioire di piccole cose: i minatori che cantano le preghiere della festa intorno al focolare, due guardiani di un faro che brindano, gente che prega e rivolge un pensiero di pace ai propri cari. Lo Spirito del futuro gli mostra infine cosa succederà alla sua morte. Tutta la roba venduta, tutti i beni distribuiti agli eredi, la sua tomba solitaria e disadorna. Scrooge, al risveglio, la mattina di Natale, da questa notte tribolata per le visioni ma salvifica per la sua anima, capisce di aver sbagliato tutto. Si riappropria dello spirito e del sentimento del Natale e finalmente sarà festa anche per lui.

La fiaba gotica di Dickens ha una valenza allegorica. Che cos’è il Natale se non la conquista della consapevolezza che attraverso i valori della solidarietà e dell’innocenza si possono colmare i vuoti dell’anima? L’abbandono dell’egoismo, la ricerca degli affetti, il bisogno di dare un senso alla propria vita che non sia quello dell’attaccamento al denaro, spingono Scrooge a riconoscere i propri errori e a riscoprire le piccole cose.

Cosa ci insegna la conversione di Scrooge? Che ogni volta che l’egoismo prende il sopravvento i fantasmi compaiono nella nostra coscienza per spaventarci. Che il vero Natale non è quello che si identifica con la data del 25 dicembre ma è lo spirito di solidarietà che deve improntare le nostre azioni tutto l’anno e tutti gli anni della vita.

Se ora le restrizioni del Covid ci impediscono di trascorrere una festa come quelle del nostro passato più o meno recente e le lamentele sono tante e di varia natura, cosa pensate che avrebbe detto Dickens?

“Ci sono molte cose, credo, che possono avermi fatto del bene senza che io ne abbia ricevuto profitto e Natale è una di queste, un periodo di gentilezza, di perdono, di carità, di gioia nel quale uomini e donne sembrano concordi nello schiudere liberamente i cuori serrati e nel pensare alla gente che è al di sotto di loro come se si trattasse realmente di compagni nel viaggio verso la tomba, e non di un’altra razza di creature in viaggio verso altre mete”.

Quello che qualunque uomo di buon senso, oggi, dovrebbe sentire. Oltre il Natale, oltre le feste, apparteniamo a quella Human tribe sui cui volti due strisce rosse indicano l’appartenenza alla stessa tribù. Senza avere rimpianti per questo strano periodo.

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