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La Torre della baia delle Sirene

by Federico L. I. Federico

La Torre di Punta della Campanella è stata l’ultima Torre saracena che abbiamo “visitato” – traguardando tra Storia, Geografia e Leggenda – come siamo soliti procedere con la nostra Rubrica Touring di Gente e Territorio. In quei luoghi incantati tra azzurro del cielo e blu del mare, dove sopravvive la leggenda dei rintocchi di campane provenienti dal fondo marino, nel giorno onomastico del Patrono di Sorrento S. Antonino.

Dalla Torre della Campanella la nostra attenzione – dedicata al torreggiamento costiero – viene attratta dalla frontistante Torre di Montalto. E, se giriamo appena lo sguardo intorno, scopriamo lo splendore della Baia di Jeranto, che è l’unica insenatura presente sulla estrema parte promontoriale della penisola sorrentina. Là dove i tratti di costa del “continente” fronteggiano l’isola di Capri, che è proprio a un passo, con i suoi imponenti faraglioni. Essi precedono soltanto di qualche miglio la contigua costa amalfitana. Un luogo e uno scenario che definire favolosi é davvero poco. Non c’è che dire, se non che le Sirene se lo erano scelto proprio bene il posto dove vivere e ammaliare i naviganti.

In quel sito marino da favola Plinio il vecchio – scrittore, naturalista e filosofo, comandante in capo della flotta romana ormeggiata a Capo Miseno – colloca il punto in cui Ulisse, detto anche Odisseo, incontrò le Sirene. Ulisse tornava a Itaca dopo avere lasciato la maga Circe sulla costa laziale che in quel tratto di mare poi da lei prese il nome: Circeo. La leggenda, anzi la storia, è nota visto che è proprio di questi giorni la notizia del ritrovamento nel Circeo della grotta cantata da Omero.

Ma, che sia leggenda o storia, noi confidiamo nella… labilità della memoria scolastica dei nostri lettori e la riesumiamo, proprio partendo da Circe, la maga divina, la quale – forse spinta anche dalla gelosia – aveva avvertito Ulisse di guardarsi dalle Sirene ammaliatrici.

Il loro canto melodioso infatti attraeva e rapiva i naviganti più esperti i quali, inseguendo il canto, abbandonavano ogni rotta e ogni cautela. Essi finivano quindi per naufragare poi miseramente sulle aspre e taglienti rocce del promontorio. La sete di conoscenza di Ulisse era però almeno pari alla sua intelligenza. E ciò fa di lui un eroe della modernità del pensiero occidentale. Ecco dunque che Ulisse si inventa lo stratagemma della cera manipolata a caldo per farne … tappi per le orecchie di tutti i componenti dell’equipaggio!! Ma sul piccolo veliero acheo diretto a Itaca un solo uomo non si tappa le orecchie per una scelta precisa e coraggiosa, conoscere il canto delle Sirene e udirle cantare in coro.

E’ Ulisse-Odisseo. Egli però chiede ai suoi marinai di legarlo saldamente all’albero maestro della nave e di stringere la corda sempre più, qualunque cosa lui avesse detto o fatto. Minacciato o supplicato. E così fu.

Inutili furono le dolci parole cantate dalla Sirene e così riportate da Omero: “Qui, presto, vieni, o glorioso Odisseo, grande vanto degli Achei, ferma la nave, la nostra voce a sentire. Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera, se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce; poi pieno di gioia riparte, conoscendo più cose.”

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, due o tre millenni dopo Omero scrive anch’egli di una sirena. La descrive così, vera e carnale: Riversa poggiava la testa nelle mani incrociate, mostrava con tranquilla impudicizia i delicati peluzzi sotto le ascelle, i seni divaricati, il ventre perfetto; da lei saliva quel che ho malchiamato un profumo, un odore magico di mare, di voluttà giovanissima… e la voce…risonante di armonie innumerevoli…

Ma, grazie a Ulisse, quella volta le Sirene furono sconfitte dalle vittime predestinate che avevano potuto resistere alla fatale attrazione del loro canto soltanto perché non lo avevano udito, continuando a remare senza tregua. Oggi i luoghi non presentano più il pericolo affrontato da Ulisse. Forse, anche perché l’ultima foca monaca, in quel tratto di mare è stata avvistata molti decenni or sono. Purtroppo… ma ancora una volta possiamo dire che la leggenda affonda le proprie radici nella storia dei luoghi.

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