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Piange il telefono: il 118 in tempo di pandemia

by Pietro Spirito

 

Quando parliamo della pandemia, spesso non riusciamo a comprendere sino in fondo quali siano i danni collaterali che si determinano per effetto della congestione nelle strutture sanitarie. Poi capita che ci finiamo dentro per esperienza personale ed allora tutto diventa più evidente, dolorosamente.

Domenica 2 gennaio ero andato a Roma, dopo aver trascorso l’ultimo dell’anno e Capodanno con i miei genitori. La situazione era relativamente tranquilla. Nelle settimane precedenti mio padre aveva subito un intervento per la sostituzione del peacemaker, durante i lunghi mesi della pandemia non erano stati effettuati i consueti controlli ed aveva smesso di funzionare correttamente.

Già in quel passaggio avevo preso familiarità con la condizione attuale degli ospedali in Campania: non era possibile in alcun modo accedere, le informazioni erano dominio sostanzialmente esclusivo dei vigilantes che erano a presidio degli ingressi. Comunque, l’operazione era perfettamente riuscita, mio padre era tornato a casa e si stava riprendendo gradualmente, compatibilmente con una età di 86 anni e con i conseguenti acciacchi. Aveva fatto le tre vaccinazioni di rito contro il coronavirus.

Insomma, quella prima domenica dell’anno ero andato a Roma per salutare mia figlia e mia sorella. A metà giornata vengo raggiunto dalla telefonata di un mio zio: mio padre era improvvisamente caduto battendo la testa, mia madre stava cercando di chiamare il 118 senza esito. Immediatamente ci provo anche io e, dopo un congruo periodo di attesa, mi risponde il numero di pronto intervento di Roma, il quale mi dice di restare in linea perché mi avrebbe messo in contatto con Napoli. Trascorre ancora una congrua pausa e mi risponde il 118 di Pozzuoli, che mi avverte di non essere competente: devo restare in attesa per potere parlare con Napoli.

Gli squilli si susseguono implacabili, uno dopo l’altro, mentre nella mia testa c’era mio padre a terra in attesa di un soccorso.

Riattacco, chiamo prima mio fratello, poi mia sorella. Siamo tutti mobilitati sulle tracce di un’ambulanza che non arriva, che non c’è. Passano cinque lunghissime e convulse ore. Alla fine, l’ambulanza arriva. Mio padre è grave, ovviamente più grave di quanto era qualche ora prima, all’atto della caduta. Arrivato al Cardarelli con codice rosso, i medici decidono di fare una operazione d’urgenza. Durerà tre ore, per asportare i due versamenti al cervello che si erano formati.

Non sapremo mai se un intervento più tempestivo da parte del 118 avrebbe ridotto il danno. Sappiamo solo che nostro padre è ancora in coma, da allora, attaccato alle macchine, con la tracheotomia che è stata realizzata per cercare di farlo respirare in autonomia. Le notizie sono appese al filo di una telefonata giornaliera che i medici del reparto di terapia intensiva effettuano per aggiornarci sulle evoluzioni. Che per il momento non ci sono. Nella testa rimbomba ancora quel suono di una linea telefonica libera e di una risposta che non è venuta in tempo ragionevole. Questi sono i danni collaterali della pandemia, ma anche i difetti endemici di un’organizzazione sanitaria che non riesce più a dare risposte adeguate ai cittadini più meritevoli di tutela, i nostri anziani.

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