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Pompei Scavi: spesa buona per debito buono

by Federico L. I. Federico
Pompei

La vicenda del Recovery Plan, apertasi clamorosamente con le dimissioni di alcuni membri del governo di “Giuseppi” Conte, è ormai alle spalle. Quelle dimissioni però trovarono terreno fertile per la crisi politica, come è sembrato evidente a tutti. E l’avvento del governo di Mario Draghi dovrebbe avere chiarito a noi semplici cittadini le idee su un fatto: la Pubblica Amministrazione italiana ha seri problemi di spesa pubblica, anzi di “buona spesa” pubblica.

Abbiamo coniato la locuzione di “Buona Spesa” prendendo a prestito per analogia inversa le parole pronunciate da Mario Draghi presso la commissione Europea, in un famoso discorso in cui egli – non ancora nominato presidente del Consiglio dei ministri in Italia – ha parlato di debito pubblico distinguendo tra “debito buono” e “debito cattivo”. Cioè il debito accumulato per realizzare interventi produttivi, con inneschi di benefici a cascata, è cosa diversa dagli interventi destinati a non avere futuro, comportando soltanto un aggravio di spesa per la collettività.

Gli Scavi di Pompei, negli ultimi quaranta-cinquanta anni, sono un caso emblematico in tal senso. Essi sono stati oggetto, a partire dal 1975, dopo il colossale furto avvenuto nell’Antiquarium pompeiano, di una serie di interventi straordinari concretizzatisi in un paio di Leggi speciali per Pompei e poi in assegnazioni di Fondi FIO-BEI, in cui la Banca Europea degli Investimenti è stata protagonista. Né bisogna dimenticare i Fondi Straordinari dello Stato Italiano – affiancati da cofinanziamenti europei – spesso impiegati attraverso gestioni commissariali, che non sempre hanno bene operato. Come ben si sa, in alcuni casi gli esiti sono stati disastrosi per le strutture archeologiche – come nel caso del Teatro Grande – e i loro sviluppi giudiziari hanno impegnato le aule dei tribunali. Andando al sodo dei problemi, ciò significa che gli interventi straordinari hanno trovato spesso la Soprintendenza pompeiana impreparata all’impatto, soprattutto in relazione alla sua capacità di “buona spesa” straordinaria”. E tempestiva aggiungiamo noi.

L’ultimo intervento straordinario per Pompei, in ordine di tempo – denominato Grande Progetto Pompei – si è chiuso di recente, nel 2020, con un paio d’anni di ritardo sulla tabella di marcia. Esso ha visto un centinaio e passa di milioni di euro impiegati secondo un Piano strategico di lavori elaborato frettolosamente dal Parco Archeologico di Pompei. Una valutazione del bilancio complessivo del Grande Progetto – della sua spesa buona e di quella cattiva – si potrà fare appena si saranno spenti gli echi delle fanfare dei ritrovamenti archeologici connessi e certe loro sovraesposizioni mediatiche.

L’Antiquarium pompeiano però – già funzionante come prima accoglienza per Mostre tematiche estemporanee e per vendita libri e altro merchandising museale – è stato riammodernato e riallestito con fondi di Bilancio del Parco Archeologico, sotto la direzione di Massimo Osanna. Già oggi se ne possono individuare le criticità, dovute soprattutto alle poche sale che lo compongono e agli spazi angusti dei suoi interni, nonché degli esterni che lo servono. Il fatto, già in sé rilevante, ha assunto maggiore rilievo con i distanziamenti imposti dal Covid in questo momento – ma verosimilmente anche nel futuro prossimo e a medio termine, secondo le previsioni generali prevalenti. Esse vedono già trapassato come unico “contenitore” museale fisso l’Antiquarium appena riaperto.

Questo è un dato oggettivo, che assume maggiore rilievo anche in relazione al riaccendersi dell’interesse per Pompei, dovuto all’abile campagna promozionale delle scoperte archeologiche casualmente effettuate e quelle possibili in prossimo futuro.

Si pone il problema di un contenitore museale idoneo per Pompei.

Questa sì che sarebbe una spesa buona per un debito buono e per un suo certamente rapido ripianamento. Al nuovo Direttore Zuchtriegel toccherà favorirne la nascita.

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