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4 luglio 2026, due speculari mega-celebrazioni si sono svolte in due capitali. L’una, Washington, capitale degli USA, il ‘regno del male’ a giudizio degli ayatollah al potere in IRAN. L’altra, Teheran, capitale dell’IRAN, il ‘regno del male’ a giudizio della Casa Bianca.
Nella prima si sono celebrati i 250 anni dalla Dichiarazione dell’Indipendenza degli USA. Nella seconda si sono svolte e ancora si stanno svolgendo le esequie dell’ayatollah Alì Khamenei, la fu guida suprema e il più autorevole tra i martiri contemporanei dell’Islam, ucciso il 28 febbraio scorso con l’azione congiunta USA-Israele che diede inizio alla Epic Fury.
Un paio di centinaia di migliaia i partecipanti all’euforico comizio di Donald Trump, centinaia di migliaia i convenuti alla grande moschea di Teheran per piangere il martire.
USA e IRAN, due mondi contrapposti e due leadership che, al di là dello sfarzo scenico di entrambi gli eventi, sono entrambe in difficoltà.
Cominciamo dagli USA di DT e dei suoi Maga. Il tycoon è ai minimi storici del consenso rilevato dai sondaggi. Le elezioni di midterm del prossimo 3 novembre si annunciano molto rischiose per lui. Non che sia stato abbandonato dai suoi e che la sua sconfitta novembre, con la perdita del controllo del Congresso e l’annunciato avvio delle procedure per l’impeachment, siano scontati. Il Presidente, per dirla alla sua maniera, ha ancora molte carte in mano. Ma rischia.
Ama paragonarsi a Napoleone e sa bene che la sua forza furono le vittorie sui campi di battaglia che ne alimentarono il mito dell’invincibilità. Quando Napoleone cominciò a perdere le battaglie – a Lipsia e a Waterloo – perse anche il potere politico. Succede così a tutti i leader politici che alimentano il mito della propria invincibilità. Fu così anche con gli zar Nicola I dopo la Guerra di Crimea e Nicola II, dopo la Prima Guerra mondiale. E fu così con Hitler e Mussolini.
Donald Trump, prigioniero del suo personaggio, non può perdere. Se perde lo nega. Sei anni fa perse le elezioni con Biden e negò la sconfitta. Denunciò presunti brogli elettorali perpetrati dal suo rivale e tentò finanche un pittoresco tentativo di golpe, con i suoi sgherri camuffati da sciamani e vichinghi, armati di pistole, asce, pugnali e bastoni, che tentarono l’assalto alla democrazia al Capitol Hill.
Ora è andato a sbattere contro l’IRAN. La Epic Fury è stata un disastro. E lui lo nega. Racconta che ha vinto lui, che ha smantellato il potere di Teheran, bloccato l’arricchimento dell’uranio quindi la minaccia di un’atomica iraniana, ed ha liberato lo stretto di Hormuz. Eppure gli ayatollah sono ancora lì al potere, l’uranio sta dove stava e lo stretto di Hormuz, prima aperto alla libera circolazione dei navigli, ora è sotto controllo congiunto IRAN-OMAN che faranno pagare un pedaggio a chi dovrà attraversarlo.
È una cosa evidente, sta sotto gli occhi del mondo intero. Ma lui nega. Afferma che quelli che sono al potere a Teheran ci stanno perché lo vuole lui, altrimenti non avrebbe con chi parlare, che gli ayatollah hanno convenuto che l’uranio sarà sotto controllo dell’AIEA e che la navigazione nello stretto sarà libera. È questo che sta raccontando da due settimane e ha ribadito al grande Mall di Washington ieri. Lui è invincibile, non può perdere. Se perde la gente non lo deve sapere. Basta raccontare a oltranza che invece ha vinto.
Il secondo tema del suo speech di Washington del 4 luglio è stato l’anticomunismo. Si è figurato un feroce nemico in agguato e ha messo in guardia l’America dalla sua minaccia. Un rigurgito maccartista quando il comunismo non c’è più, salvo che nelle elucubrazioni di intellettuali nostalgici della guerra fredda. Non c’è negli USA e non c’è nel mondo. A meno che qualcuno non voglia prendere per comunisti Xi Jinping o Mojtaba Khamenei. E allora, quali sono nella sua mente i pericolosi comunisti che insidiano l’America? Sono le componenti dem legate a Sanders e a Mamdani che gli stanno prosciugando l’acqua in cui ha navigato finora.
In un’opinione pubblica stanca della woke culture, dei radical chic e dell’establishment lui ha avuto buon gioco ad atteggiarsi a scardinatore del sistema, a quello che avrebbe buttato fuori della Casa Bianca e da tutti i palazzi dei governi degli Stati USA i politicanti finto-buonisti, in realtà imbroglioni e affaristi alla Biden. Ora Sanders e Mamdani stanno portando avanti ‘da sinistra’ la stessa battaglia contro il wokismo dem. Con qualche credibilità in più rispetto a lui. Loro non sono i miliardari delle criptovalute e dello spazio. Rappresentano le diverse identità etniche e culturali che convivono in America e che, loro sì, l’hanno fatta grande. E parlano alla classe operaia, intesa come l’insieme degli addetti alle mansioni esecutive e subalterne nelle fabbriche e negli uffici.
L’America non è più quella degli yankee anglosassoni immigrati nei secoli scorsi, che dominarono da schiavisti sui deportati dall’Africa e sui nativi. Ora gli USA sono un mosaico inestricabile di etnie, lingue, fedi, culture. Date un’occhiata alla mappa qui linkata, aprite il link e navigate in essa. Vi renderete conto all’istante della complessità della società USA. È da questa complessità che si sente minacciato il tycoon, altro che dai comunisti immaginari.
Intanto a Teheran si stanno svolgendo le cerimonie funebri per Alì Khamenei. Dureranno fino al 14 luglio. Anche lì il regime – dispotico, medievale, criminale – si regge sul mito dell’invincibilità. I teocrati hanno subito dei colpi non indifferenti a Gaza, a Damasco, in Yemen, in Libano e nello stesso IRAN, ma ancora stanno lì ad arringare e a minacciare il proprio stesso popolo oltre che a promettere vendetta. Anche loro non possono aver perso agli occhi del popolo. Neanche possono aver accusato dei colpi. Hanno vinto, umiliato il satana di Washington e respinto gli Israeliani, questa la narrazione. Controllo AIEA sull’uranio? Chi lo ha detto, chi lo ha mai promesso? Apertura di Hormuz alla navigazione libera? Quando mai, abbiamo l’accordo con l’OMAN per la gestione comune delle autorizzazioni e dei pedaggi. E di libertà delle donne o di diritti civili neanche a parlarne!
Anche questa è una narrazione ingannevole, ad uso e consumo della conservazione del proprio potere. Eppure per ora efficace. Nel paese di Mahsa Amini e della rivolta delle donne, oggi si è formato un movimento pro-ayatollah forte di venticinque milioni di adesioni, tra cui le donne sono circa il 30% secondo le stime. Adesioni imposte col terrore quanto volete, diciamo con un eufemismo ‘incoraggiate’ dal regime, ma venticinque milioni sono venticinque milioni! Si chiama Jangada (Pronti a sacrificare la vita) e chi ha aderito lo ha fatto online. Si dichiarano pronti a prestarsi come scudi umani civili a protezione dei propri leader.
A gennaio per reprimere le proteste del proprio popolo i pasdaran trucidarono circa ventimila ragazzi e ragazze che chiedevano la libertà. Ora sembrano essere osannati da milioni di iraniani. Grazie Donald Trump!
