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Sette settimane che possono cambiare il mondo/4

Spagna

by Luigi Gravagnuolo
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Precedenti: Brasile – Israele – Midterm USA.

 

L’ultima tornata elettorale di questo autunno sarà quella di Spagna, dove il 29 novembre si voterà per il rinnovo delle Cortes, Senado e Congreso de los Diputados. Non sono elezioni ‘ordinarie’. Le Cortes sono state sciolte anticipatamente per decisione di Pedro Sanchez, socialista e capo del governo dal 2018, rieletto nella carica tre anni fa. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la bocciatura da parte del Parlamento di due decreti-legge emergenziali volti a mitigare la crisi degli alloggi che oggi attanaglia il Paese.

Sanchez ha colto la palla al balzo. Ha chiamato gli elettori alle urne restando in carica. La costituzione spagnola lo consente. Per essa – art. 115 – il capo del Governo non è tenuto a dimettersi. Lo scioglimento anticipato delle Camere è concepito come una prerogativa politica autonoma del Presidente del Governo.

La Spagna di Sanchez ha vissuto dal ‘18 ad oggi una stagione felice sotto il profilo economico. La crescita del suo pil ha mantenuto un andamento positivo costante, tranne la parentesi del 2020, anno del Covid. Con picchi del +6,7% nel 2021, rimbalzo rispetto al crollo del 2020, e del 3,5% nel 2024. Nel complesso al di sopra della media dell’eurozona. Una crescita, quella di Madrid, trainata dal turismo, dal terziario avanzato e dai fondi europei, PNRR compreso. Sul fronte dell’occupazione i risultati sono più che lusinghieri. Il tasso di disoccupazione è calato di cinque punti, di dieci quello giovanile. Una delle economie più dinamiche dell’eurozona, quindi. 

E allora, se sotto i governi di Pedro Sánchez la Spagna ha registrato una crescita del pil superiore alla media dell’Eurozona; un forte calo della disoccupazione generale e di quella giovanile; un aumento dell’occupazione a livelli record; e un potenziamento del welfare grazie a una spesa sanitaria e sociale relativamente elevate; se tutto questo è vero, perché gli Spagnoli sono tanto critici verso il loro governo? Soprattutto perché lo sono tanti giovani? Lo sono perché giudicano la loro situazione non in base ai dati macroeconomici che si leggono sui giornali, ma alle loro aspettative di vita: andare a vivere da soli, comprare una casa, formare una famiglia, avere una stabilità lavorativa ben remunerata.

Ecco spiegata la mobilitazione di massa contro la bocciatura dei decreti sulla casa. Essi prevedevano la proroga fino al 2030 delle tutele contro gli sfratti per gli inquilini vulnerabili (ricorderete certamente che tutto è partito con lo sfratto della povera Maricarmen Abascal, anziana e ammalata, poi deceduta); limiti agli aumenti degli affitti; restrizioni sugli affitti turistici e di breve durata; rinnovi automatici dei contratti di locazione.

Le Cortes li hanno bocciati e immediata è stata la discesa in piazza di un numero strabiliante di cittadini di tutte le età, pur se in gran parte giovani. E Sanchez ha colto il momento per uscire dall’angolo in cui lo aveva messo la vicenda di Ceuta.

Ceuta è una enclave spagnola in Marocco, di fronte a Gibilterra. Da tempo è diventata una porta di accesso all’Europa per i migranti. La popolazione spagnola soffre da anni questa situazione; l’immigrazione è stata massiccia e si è manifestata in tempi troppo veloci per essere assorbita serenamente dalla popolazione, che attribuisce ai migranti la bassa remunerazione del lavoro, la povertà dell’offerta abitativa e l’insicurezza crescente a causa del moltiplicarsi di casi di violenza.

Poi, lo scorso 17 maggio, un imponente numero di migranti, la gran parte a nuoto, altri su barchette e mezzi di fortuna, ha lasciato Ceuta per arrivare in Spagna. Il governo è stato sorpreso, non si era accorto di nulla! Gli ineludibili interventi per ricacciare indietro gli ‘invasori’ e per contenerli dentro recinti ben delimitati si sono rivelati poco incisivi. Una vera e propria bomba incendiaria è dunque piombata su un fienile, quello di Spagna, già in procinto di prendere fuoco. L’estrema destra di Vox e il PPE hanno cavalcato la tigre, tanto che ormai tutti davano per certo che al prossimo voto Sanchez avrebbe incassato una pesante sconfitta. 

Così, per un Sanchez messo alle corde, la mobilitazione delle chiavi per la casa è stata la ciambella di salvataggio alla quale aggrapparsi. Ora può dirottare sulla destra la rabbia popolare e sperare di rovesciare le sorti già segnate. Ci proverà, pur se non sarà semplice. Ma, lui lo sa, in politica la somma di più indecisioni fa sempre zero. E ha deciso.

La sua Spagna si trova anche in un momento difficile in UE e nel rapporto con l’Occidente. È stata maestra, fin dalla fondazione dell’Unione Europea, da ben prima dell’arrivo alla Moncloa di Pedro Sanchez, nell’attingere alle varie fonti di finanziamento comunitarie, spesso superando in bravura gli altri Paesi dell’Unione. Negli ultimi anni ha però cominciato a fare da sé in politica estera, spesso in discordanza con le linee dell’UE. Il suo posizionamento pro-Pal è andato molto al di là degli appelli buonisti e delle moderate dichiarazioni di Bruxelles. Né Sanchez ha esitato a respingere con fermezza i tentativi di Trump di ingerirsi nelle sue scelte per condizionarle o addirittura imporle. Inevitabile che dal mondo euroccidentale non possa aspettarsi ora aiuti significativi. Né può sperare di trovarne nella Russia o nella Cina.

Insomma, l’impressione è che si sia cacciato in un isolamento dal quale cerca ora di uscire con la scelta ardita di indire le elezioni a fine novembre. Non sappiamo se riuscirà nell’impresa, per ora i sondaggi danno ancora in vantaggio la destra. E voi vi rendete ben conto di cosa possa significare per l’Europa un governo Vox a Madrid, dopo quello Afd in Sassonia-Anhalt e nel Meclemburgo, mentre la Le Pen già sta facendo i bagagli per trasferirsi all’Eliseo.

 

4/fine

 

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